MP è un uomo di 88 anni che si presenta in ambulatorio per un controllo di routine. Sta bene, con peso stabile e parametri vitali nei limiti della norma. Assume lisinopril per l’ipertensione e un integratore multivitaminico. Tuttavia, riferisce alcune preoccupazioni.
Da circa sette anni lamenta affaticamento. Gli accertamenti non hanno evidenziato anomalie: esame del sangue completo, emocromo, TSH e polisonnografia risultano nei limiti della norma. Si corica verso le 22, si sveglia alle due di notte e rimane sveglio fino alle tre; solo talvolta riesce a riaddormentarsi. Questo lo porta a sentirsi stanco nel pomeriggio.
Riferisce inoltre dolore cronico alle ginocchia, mal di schiena e nicturia. Segnala anche un peggioramento della memoria: dimentica i nomi, talvolta fatica a trovare le parole e, occasionalmente, entra in una stanza senza ricordare il motivo per cui vi sia entrato. Questi sintomi non hanno subito cambiamenti significativi di recente.
Nel mio lavoro incontro due tipi di sfide. Ci sono i casi difficili, spesso estenuanti sia dal punto di vista cognitivo sia sul piano relazionale: nel corso di giorni, settimane o mesi finiscono per logorarmi. Ma, allo stesso tempo, sono anche gratificanti perché mi permettono di mettere in pratica tutto ciò che ho imparato in 36 anni. I casi difficili si presentano in genere poche volte al mese.
Poi ci sono i casi come quelli di MP che invece vedo ogni giorno. Il grado di difficoltà è minore ma viene moltiplicato per un numero molto grande, data la loro prevalenza. Sono casi che si incontrano frequentemente perché le persone riferiscono essenzialmente sintomi della condizione umana. Anche se i sostenitori della longevità cercano di convincerci del contrario, i corpi umani invecchiano e, con l’avanzare dell’età, aumentano i dolori, il sonno è frammentato e le capacità cognitive diminuiscono.
Che cosa bisogna considerare quando si visitano persone con sintomi legati all’invecchiamento? Come in tutta la medicina generale, la maggior parte dei disturbi non richiede accertamenti né trattamenti, ma alcuni sì. Il medico deve evitare l’eccesso di accertamenti senza però farsi sfuggire il raro ago nel pagliaio. Su cento emicranie o cefalee tensive, può esserci un caso di ipertensione endocranica idiopatica o di arterite a cellule giganti.
Non si devono mai attribuire all’invecchiamento i sintomi di una malattia trattabile. Valuto ogni dubbio ma, in pratica, tale valutazione comporta soprattutto un lavoro cognitivo piuttosto che la prescrizione di esami clinici. Se prescrivessi un test per ogni singola preoccupazione, non starei esercitando la medicina; inoltre, perderei la maggior parte dei miei pazienti e, probabilmente, il mio lavoro. Di deve fare affidamento al nostro acume clinico e alla nostra capacità di calibrazione diagnostica per stabilire quali preoccupazioni approfondire e a quali destinare le risorse e il tempo dei nostri pazienti per una valutazione.
Una volta deciso quali casi richiedano ulteriori approfondimenti, bisogna gestire i sintomi che non li richiedono. C’è una forte pressione a trattare, diagnosticare, indirizzare a specialisti — in generale, a medicalizzare — il normale invecchiamento umano. Un mio mentore diceva: “Gli americani pensano che la morte sia un optional”. Siamo arrivati a pensare che anche invecchiare sia una scelta.
Ci vuole molta delicatezza per far capire alle persone che i loro sintomi sono il “premio” per essere arrivati a 70, 80, 90 anni o oltre. E proprio perché farlo bene richiede impegno, è più facile prescrivere un esame diagnostico, analisi di laboratorio, un farmaco o una visita specialistica.
Da dove viene la pressione a valutare o trattare i sintomi dell’invecchiamento come se fossero malattie? A volte sono i pazienti stessi a chiedere degli accertamenti – il che è comprensibile, poiché tutti noi vorremmo che ci fosse una cura semplice per i nostri mali. Altre volte sospetto di aver frainteso i desideri dei miei pazienti: un paziente potrebbe volere rassicurazione e un ascolto empatico, mentre io presumo che voglia una cura. Non è il solo ambito in cui i medici leggono sistematicamente in modo errato le aspettative dei pazienti.
Prendersi cura delle persone mentre invecchiano è un privilegio. Uno dei momenti più belli del mio lavoro è ascoltare le loro esperienze e la saggezza che ne hanno tratto. Parte di questa saggezza riguarda come affrontare i cambiamenti di corpo e mente legati all’età. Il prezzo di questo privilegio consiste nel negoziare come guidare le persone lungo questo percorso: quando approfondire un disturbo, quando proporre dei trattamenti e quando incoraggiare l’accettazione.
Cisono alcune cose che si possono sempre consigliare. Per il medico: offrire attenzione, cura e sostegno quando accertamenti e trattamenti non sono necessari. Per il paziente: fare ciò che davvero favorisce un invecchiamento sano: cercare e mantenere la compagnia degli altri, restare attivi, dedicarsi a ciò che si ama, dormire e mangiare bene.
Adam Cifu Medico internista University of Chicago medicine
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