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Il “manualetto” di Antonello Lanteri per “un uso non pericoloso della psichiatria” è un libro che non ci si aspetta di trovare nel panorama della salute mentale, soprattutto se si pensa che è stato scritto da uno psichiatra che avrebbe potuto coronare la propria carriera dimostrando di avere acquisito competenze tecniche e un’esperienza clinica tali da guadagnarsi il rispetto della più avanzata comunità scientifica. E invece Lanteri è rimasto fedele al suo modo di essere e ha offerto ai lettori un librettino semplice, umano, comprensibile e tutt’altro che banale. Un libro che parla delle difficoltà e delle sofferenze delle persone, delle debolezze della psichiatria, del valore dell’ascolto, della rinuncia alla caccia al colpevole, della consapevolezza dei limiti degli strumenti della psichiatria. Parole chiare che, di fronte ai casi di cronaca sempre più spesso commentati in modo sbrigativo, trasmettono saggezza, empatia e senso dell’impegno. Perché, dice Lanteri, al disagio psichico è bene accostarsi con delicatezza e con la consapevolezza che esistono molti strumenti e molte competenze, ma che nessuno è giusto a priori e nessuno ha effetti magici. “Bloccare una persona agitata son capaci tutti, basta essere in tanti o più robusti. Capire e affrontare il dolore che la determina senza causare ulteriore dolore, ulteriore danno, è un mestiere assai più difficile e richiede prima di tutto umiltà”: parole che andrebbero scolpite in tutte le occasioni – purtroppo sempre più rare – di formazione degli operatori della salute mentale e delle forze dell’ordine.

Quando l’intervento riguarda la vita e il corpo di una persona dovremmo cercare almeno la collaborazione del paziente.

Il consenso informato e la cura del paziente in psichiatria

Un libro che, oltre alla semplicità, ha un altro grande pregio: si pone dalla parte dei diritti delle persone. Non è poco in un contesto in cui sembrano prevalere le esigenze organizzative, la scarsità di risorse, le prassi “sciatte e pigre” (pag. 147), la catalogazione delle diagnosi, le terapie protratte più del necessario “per evitare ricadute”, le barriere burocratiche all’accesso ai servizi e così via. E benché Lanteri riconosca che molti professionisti svolgono con cura il proprio lavoro, non rinuncia a sottolineare che “ci sono parecchie situazioni in cui si materializza il rapporto di potere medico-paziente” (pag. 29). Solo da relativamente poco tempo, infatti, e non in modo sistematico, il paziente viene informato e coinvolto nel percorso di cura. Quando una persona riesce a entrare in contatto con il servizio, “lo staff si appropria del suo corpo, opera senza dare troppe spiegazioni: dà regole, fa esami, somministra cure” (pag. 28); al tempo stesso le fa firmare il consenso informato, anche se spesso le informazioni fornite sono piuttosto scarse, nonostante sia noto che un maggiore coinvolgimento del paziente può renderlo più collaborativo nel percorso di cura. È brillante l’esempio utilizzato per spiegare come un bravo professionista dovrebbe in ogni caso sforzarsi di illustrare al paziente i problemi riscontrati e le possibili soluzioni, riconoscendo che “il corpo, la vita e la malattia sono proprietà del paziente” e non sono a disposizione del medico. Persino quando ci rivolgiamo a un buon idraulico per riparare una perdita, osserva Lanteri, questi non considera suo il rubinetto e non lo sostituisce senza informarci: avremmo sicuramente qualcosa da ridire. A maggior ragione, quando l’intervento riguarda la vita e il corpo di una persona dovremmo cercare almeno la collaborazione del paziente. Lo stesso vale per il consenso informato che il paziente deve esprimere rispetto al trattamento proposto dal medico: sarebbe come se l’idraulico ci chiedesse il consenso a riparare il tubo che perde senza illustrarci le possibili soluzioni, i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna.

Fondamentale è superare il legame (paternalistico) fra chi dà e chi riceve, nel quale la persona resta destinataria passiva di interventi e supporti.

Che cos’è l’empowerment in salute mentale: potere o responsabilità?

L’approccio basato sui diritti umani, presente in tutto il libro, invita anche a riflettere sul significato dell’empowerment, una parola spesso abusata e fonte di possibili equivoci. Il termine empowerment può infatti porre l’accento sull’assunzione di responsabilità della persona (come nella traduzione francese del termine: responsabilisation) oppure sull’assunzione di potere (come nella traduzione spagnola, apoderamiento). Nel nostro Paese si tende invece a utilizzare il termine inglese, lasciando così non chiara la scelta tra “attribuzione di responsabilità” e “conferimento di potere”. È facile capire che la scelta tra responsabilità e potere non è neutrale, né tanto meno irrilevante. Il concetto di responsabilizzazione implica un processo in cui la persona con disturbo mentale riceve un dono (una sorta di concessione) che comporta una maggiore autonomia ma anche un aumento dei doveri. Chi interpreta invece l’empowerment come attribuzione di potere sottolinea la dimensione giuridica e politica del processo attivato a favore di chi quel potere non possiede, con conseguenze pratiche rilevanti: un conferimento di potere non puramente astratto implica infatti anche l’acquisizione di beni e risorse e la possibilità concreta di aspirare a un maggiore benessere e a una maggiore libertà. Fondamentale è superare il legame (paternalistico) fra chi dà e chi riceve, nel quale la persona resta destinataria passiva di interventi e supporti, ponendo invece l’accento sulle opportunità offerte e promosse a suo favore, cioè sulla sua autentica “abilitazione”.

L’importanza della relazione umana nella salute mentale

Lanteri ha ben presenti i diritti delle persone ed è in grado di guardare alle politiche per la salute mentale con lucidità e indipendenza. Sottolinea i meriti del modello italiano fondato sulla rete dei servizi territoriali, che ha dato risposte adeguate a un’importante fetta della popolazione e ha tolto “la paura di finire in manicomio” (pag. 54), ma riconosce anche la debolezza dell’offerta e la cronica mancanza di risorse. Afferma che non sono pochi gli psichiatri che praticano la terapia farmacologica con competenza e attenzione, ma osserva come troppo spesso si instaurino pericolosi circoli viziosi a danno del paziente: ti do il farmaco – non lo prendo – ti obbligo – mi rifiuto – ti ricovero – mi oppongo – ti faccio il TSO (pag. 150).

Nella salute mentale la cura deve basarsi sulla relazione umana, sulla difesa dei diritti, sulla capacità di mobilitare tutte le risorse disponibili, e non soltanto i farmaci, lavorando insieme.

Dopo una vita dedicata alle persone con sofferenza mentale, il libro si chiude con un appello che non intende sminuire l’importanza della ricerca e dell’innovazione terapeutica, ma ricorda che “per chi sta male e per chi se ne occupa l’importante è qui e ora, il dolore e come uscirne, il vivere e la qualità della vita, la possibilità, la speranza e il futuro”. Nella salute mentale la cura deve basarsi sulla relazione umana, sulla difesa dei diritti, sulla capacità di mobilitare tutte le risorse disponibili, e non soltanto i farmaci, lavorando insieme. Un’indicazione che non ha nulla di magico – anche perché nessuno può pensare di avere la verità in tasca – ma che appare quanto mai degna di attenzione in un periodo in cui gli approcci securitari e paternalistici sembrano prevalere.

Nerina Dirindin
Coripe Piemonte
Associazione Salute Diritto Fondamentale

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