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Familia, secondo film di Francesco Costabile, presentato e apprezzato nella sezione Orizzonti di Venezia 2024, ai Nastri d’Argento, ai David di Donatello 2025 e selezionato per rappresentare l’Italia ai Premi Oscar 2026, è un test con una sola domanda: “E tu che cosa avresti fatto al posto suo?” Immagino le perplessità, il silenzio imbarazzante, le alzate di spalle, i gesti e le due risposte più ricorrenti: “Non saprei” e “Ringrazio Dio di non essermi trovato in quelle condizioni”. Qualcuno potrebbe tentare di minimizzare con “Meno male che si tratta solo di un film”, ma la scappatoia non funziona, perché si scopre che la sceneggiatura (anche se parzialmente riadattata) è tratta dal libro autobiografico Non sarà sempre così di Luigi Celeste che, nel 2008, uccise suo padre. Come dire che dal cinema dobbiamo spostarci in un’aula di tribunale per sentire varie voci e dire la nostra su uno dei tanti fatti di cronaca nera che, purtroppo, continuano a rimbombare nei mezzi di comunicazione di massa.

Riassumiamo la trama.

Franco Celeste è un uomo violento che picchia la moglie Licia e terrorizza i piccoli Alessandro e Luigi. Per una rapina finita male finisce in carcere e disgrega l’intera famiglia: la moglie lo denuncia, chiede la sua cancellazione dallo stato di famiglia, subisce l’allontanamento dei figli. Dopo dieci anni, scontata la pena, Franco esce dal carcere, veste i panni del figliol prodigo e, rivendicando il diritto di paternità, riesce a reinserirsi nella vita dei suoi. Licia spera che la sua conversione sia vera, ma le apparenze ingannano. Franco ritorna “orco di casa” e la Familia ripiomba nel terrore. Alessandro e Luigi, però, non sono più i due bambini che, quando sentivano provenire “i rumori” dalla stanza dei genitori, si nascondevano e si tappavano le orecchie a vicenda. Soprattutto Luigi ha preso da tempo una brutta piega e non riesce a seguire l’esempio del più ragionevole fratello Alessandro: rincasa tardi, frequenta skinhead di estrema destra, partecipa a spedizioni punitive, accoltella un dimostrante rivale, finisce in carcere, sconta la pena, stenta a portare avanti una storia d’amore. Quando i “rumori” diventano botte e strangolamenti e Licia sembra essersi definitivamente arresa alla violenza del suo persecutore, Luigi si oppone. Dalle parole ai fatti il passo è breve e il dramma sfocia in tragedia.

Difficile vedere in Familia solo un film. Regia, interpretazioni, scenografia, montaggio, colonna sonora, ecc. passano in secondo ordine. Quello che resta impresso negli spettatori è il parricidio, visto come unica soluzione per eliminare un incubo familiare. Sofocle, nel 400 a.C., aveva fatto del suo Edipo un parricida involontario che, scoperta la verità, si acceca, perde il titolo di re e va in esilio; Dostoevskij nei Fratelli Karamazov addossa la colpa dell’uccisone del capofamiglia Fëdor al figlio Dmitrij, il più grande. Storie che abbiamo letto con un certo distacco perché le abbiamo catalogate come frutto di fantasia sfociato in tragedie e romanzi ben lontani da noi. Sapere che la famiglia Celeste non abita nell’antica Grecia o nella Russia di fine Ottocento ed è esistita veramente (nell’entroterra montuoso del sud Italia o nella periferia romana, come modificato nella sceneggiatura, poco importa) fa un altro effetto.

E quella domanda che ci siamo posti all’inizio, diventa la prima di una lunga serie: “Come può, un uomo, chiamarsi marito e padre scaricando sulla moglie e sui figli tutta la rabbia bestiale che cova dentro? Perché le istituzioni latitano o tardano a intervenire quando si denunciano certi soprusi? Solo con la violenza ci si libera della violenza? Non esiste un percorso di rinascita per chi è precipitato nel baratro? Come si può evadere dall’interno delle mura domestiche quando il patriarcato diventa tirannia? Come condannare una donna che, per salvare i suoi figli e sé stessa, non ha il coraggio di dire alla polizia che suo marito la picchia?”. Domande imbarazzanti alle quali, almeno per quanto mi riguarda, risponderei come già detto: “Non saprei” e “Ringrazio Dio di non essermi trovato in quelle condizioni”.

Familia non è un thriller, ma un film di denuncia che lascia un barlume di speranza.

Impossibile vestire i panni del giudice, ma non possiamo tapparci le orecchie e dichiararci del tutto estranei sentendo quello che, in diverse occasioni, ha detto Luigi Celeste, imputato numero uno: “Avevo 23 anni quando ho ucciso mio padre e solo 10 quando il tribunale lo allontanò da casa perché violento. […] Il riscatto lo devo solamente a me stesso. Non alle istituzioni che mi hanno abbandonato per rinfacciarmi a ogni occasione il mio passato. Credetemi, nessuno abbraccia l’odio volontariamente, la vita dipende dal contesto in cui nasci, dalla fortuna, da quella mano a cui vorresti aggrapparti quando stai per cadere e purtroppo, troppo spesso, nessuno ti dà. […] Vedere il film è stato un trauma forte. […] Per noi non è durato solo due ore (come la lunghezza del film) ma un anno intero”.

Parole che vanno sommate a quelle del regista: “È una storia che ritroviamo nella cronaca e nella realtà di tutti i giorni, ma spesso ridotta a nomi, numeri e date, a una morbosità che non racconta mai veramente le vittime. Il nostro film è anche un atto di denuncia, un monito per le autorità ad ascoltare e intervenire a ogni minimo segnale. Perché spesso le denunce e le segnalazioni finiscono nel pantano burocratico”. In un processo del genere è una fortuna non fare parte della giuria e dover necessariamente pronunciare un verdetto. Familia non è un thriller, ma un film di denuncia che lascia un barlume di speranza. Per questo, si consiglia di soffermarsi qualche secondo in più oltre la sequenza finale – che, in soggettiva di Luigi, ci suggerisce il muto grazie della madre e del fratello e il ricordo di un’infanzia sfuggita troppo in fretta – ed esalare un respiro di sollievo leggendo, in didascalia: “Luigi Celeste, durante la detenzione riprende gli studi, si specializza in sicurezza informatica. Oggi vive all’estero e lavora per una multinazionale. Gigi è un uomo libero e sogna di diventare padre”.

Italo Spada
Comitato per la Cinematografia dei Ragazzi di Roma

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Quaderni acp dell’Associazione culturale pediatri, e qui riproposto nell’ambito della collaborazione tra Quaderni acp e il punto.

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