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In tempi di Pnrr coi suoi bandi milionari gestiti dall’Unione europea e dai ministeri, cosa può significare ricostruire oggi una vicenda del secondo dopoguerra, seguendo la quale si capirebbe che il primo sviluppo del sociale in Italia è avvenuto “dappertutto e dal basso”? Lo spiega l’ultimo libro di Goffredo Fofi, Quante storie (Altreconomia Edizioni, Milano 2024), affidandosi a un paradosso: i cinque capitoli del testo sono infatti dedicati alle vite e all’opera di un manipolo di italiani che, in quegli anni, si dedicò a innovativi progetti educativi e di sviluppo di comunità.

La parola “comunità” è centrale nella storia del riformismo del dopoguerra: ricostruire comunità, riattivare forti sistemi sociali comunitari è stato un compito cruciale assuntosi dalla migliore intellettualità dopo la Liberazione. L’autore passa rapidamente in rassegna le storie e gli apporti al sociale di uomini e donne noti e meno noti, come Sibilla Aleramo, Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Zeno Saltini e don Lorenzo Milani, Umberto Zanotti Bianco, Margherita Zoebeli, David Turoldo e tanti altri, oltre ovviamente Adriano Olivetti.

Come scrive Giuseppe De Rita nella “Prefazione”, leggendo Fofi si ricava una mappa dell’espansione del sociale, così come dello sviluppo economico, cresciuti in Italia un po’ dappertutto e con logiche le più diverse, sia pure sotto l’impulso di certi personaggi-chiave, alcuni dei quali – come don Milani e Adriano Olivetti, protagonista del quarto capitolo del libro – quasi leggendari. D’altra parte la Olivetti di Ivrea per un periodo è stata la seconda industria elettronica al mondo, dopo quella degli Stati Uniti, e forse avrebbe potuto mantenere quel livello se – stante l’analisi di Fofi – non fosse stata oggetto di una sorta di complotto orchestrato a livello della Fiat, della Confindustria e dei ministeri italiani.

Tutti uniti nel segno dell’affermazione di una cultura del sociale italiana, molto rilevante anche e soprattutto ai fini della salute e della sanità pubbliche.

De Rita insiste molto su questa tessitura dalla base, quasi di popolo, della trama sociale della nazione dopo il fascismo, ipotizzando si sia trattato di un processo complesso e a tante voci, che non veniva dall’alto: non frutto quindi di un programma di sistema, ma nato piuttosto dallo spontaneo svolgersi di ambizioni, speranze, responsabilità di ogni tipo e radice. Tanto è vero che, nel “dappertutto e dal basso” della crescita del sociale in Italia, si ritrovano non a caso giovani di cultura cattolica o protestante come di culture laiche, azioniste e socialcomuniste; giovani intellettuali di area liberale; fautori della responsabilità pubblica e del welfare, ma anche paladini di un’albescente voglia di privato. Tutti uniti nel segno dell’affermazione di una cultura del sociale italiana, molto rilevante anche e soprattutto ai fini della salute e della sanità pubbliche.

Il primo impulso a una medicina sociale

Nel primo capitolo, in una sorta di prologo, Fofi si sofferma sulla scena italiana dell’anteguerra, ponendo al centro dell’attenzione tre singolari personaggi: Giovanni Cena, Sibilla Aleramo e Umberto Zanotti Bianco. Quest’ultimo animava l’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (Animi), e insieme a un giovane scrittore piemontese di nome Giovanni Cena, autore di un romanzo intitolato “Gli ammonitori” che piaceva molto a Calvino, va considerato il fondatore del moderno concetto di assistenza sociale, del quale siamo eredi.

Il piemontese Cena, trasferendosi a Roma, aveva stretto legami con un medico chiamato Angelo Celli, largamente e ingiustamente dimenticato, giacché fu il primo a studiare la malaria. Diventando deputato, impose l’utilizzo del chinino, rivoluzionando la medicina così come oggi fanno i vaccini. Si trattò infatti di un cambiamento decisivo: il mondo cambia quando il chinino inizia a esser venduto a prezzi bassi, controllati, nelle farmacie e nei tabaccai, divenendo un monopolio di Stato, una medicina universale. La malaria è stata combattuta ed eradicata grazie al chinino, anche se resistette fino agli anni Cinquanta in molti luoghi, accanto alla pellagra e ad altre malattie causate dalla malnutrizione.

Si potrebbe dire che questo sia stato il primo impulso ad una medicina sociale, nata presto in Italia e cresciuta dopo la Seconda guerra mondiale.

Cena, Celli e Sibilla Aleramo, già nei primi anni del Novecento, fondarono le scuole nell’Agro Romano, inventando anche nuovi modi di insegnare nelle campagne ancora non bonificate, ad esempio tenendo le lezioni nelle capanne con i tetti di canne. La Aleramo scrisse “Una donna”, ancora oggi un grande libro e un manifesto del femminismo italiano famoso in tutta Europa. Nel 1899, dopo essersi trasferita a Roma, le venne assegnata la responsabilità della guida del settimanale socialista “L’Italia femminile” che ospitava una rubrica di discussione interattiva con le lettrici e cercava attivamente la collaborazione di intellettuali progressisti. In quel periodo Aleramo si legò a Cena e iniziò a insegnare nell’Agro romano, rischiando di persona la malaria come molti altri volontari. Ma non fu certa la sola donna a spendersi nel sociale, in quegli anni pionieristici: oltre a lei, Fofi ricorda Anna Kuliscioff, Matilde Serao, scrittrice napoletana, grande giornalista, autrice di denunce sulle condizioni di vita a Napoli, e soprattutto Maria Montessori che ha giocato un ruolo importante nel versante tecnico e pedagogico, con contributi significativi ed elevati noti in tutto il mondo.

Zanotti Bianco invece era soprattutto un mediatore tra molte difficili situazioni italiane e non solo (essendo nato a Creta da genitori diplomatici). La sua storia è centrale, così come quella di Cena, creando modelli che hanno lasciato un segno nell’intervento sociale pur animati da diverse idealità: Zanotti era un liberale, mentre Cena era un socialista. Dopo la guerra, Zanotti Bianco divenne presidente della Croce Rossa e in seguito fu anche uno dei fondatori di Italia Nostra, associazione di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali nata a Roma nel 1955.

La sociologia nel dopoguerra

Il quinto e ultimo capitolo è dedicato al ruolo dell’inchiesta dal ’68 a oggi. Sotto il fascismo gli italiani non conoscevano l’Italia, anche a causa della forte censura per cui le notizie, selezionate, circolavano solo se approvate dal regime. Nel 1945, si sentì forte il bisogno di scoprire non solo da dove venivamo, ma soprattutto come vivevamo. Il vero tema era: chi siamo? Come viviamo? Chi sono i nostri vicini o i nostri lontani? Alcune risposte, ancora una volta non sistematiche, ma circostanziate e focalizzate, furono frutto di inchieste, spesso promosse da giornali e riviste e altre volte frutto dell’intraprendenza e della vivacità della migliore intellettualità di quegli anni. Le inchieste potevano avere un largo raggio o venir centrate su gruppi ristretti o addirittura su individui-modello. L’idea dell’immaginazione sociologica permeava la cultura di quegli anni non solo nel campo della sociologia, ma anche nella letteratura. Si trattava di raccontare la vita di individui comuni per descrivere un’intera epoca, e alcuni scrittori sapevano farlo meglio di tutti.

Fu così, per esempio, che “Comizi d’amore”, docufilm di Pasolini, può esser ritenuto un documento esemplare che racconta la sessualità dell’Italia agli albori del boom economico. Dando la parola direttamente alla gente, attraverso interviste estemporanee e non preparate, Pasolini, a suo modo, è stato un grande investigatore, raccontando l’Italia a coloro che non la conoscevano attraverso una sorta di geografia dei sentimenti, partendo da un quesito di base: cosa sanno gli italiani del sesso? La conoscenza del sesso non era e non è un aspetto secondario, poiché riguarda i rapporti tra uomini e donne, tra adulti e bambini, tra borghesi che sanno e proletari che non sanno: Marx scriveva che è dalla qualità del rapporto tra uomini e donne che può misurarsi il grado di civiltà di una nazione. Dal film di Pasolini e da un’altra sua inchiesta famosa del ‘59, “La lunga strada di sabbia”, pubblicata a puntate su “Successo”, illustrata dalle foto altrettanto significative di Paolo Di Paolo, si ricava un riflesso della società italiana ancora estremamente rigida nei suoi stereotipi e bloccata, una nazione in fase di trasformazione, in via di confronto con una modernità che si stava diffondendo ed esplodendo.

Fofi insiste a ragione sul ruolo svolto dalle riviste culturali, politicizzate e non, nel dar conto della nuova Italia; l’attenzione andava oltre la sociologia insinuandosi anche nel giornalismo e nella narrativa. Infatti Pasolini non restò solo: altri grandi scrittori, come Guido Piovene per la rivista Epoca”, o Carlo Levi con il suo romanzo Cristo si è fermato a Eboli, hanno di fatto promosso e condotto un’attività di inchiesta preziosa per avvicinare l’Italia agli italiani.

Un altro filone emerse con il ‘68. In particolare, la facoltà di sociologia di Trento, con Francesco Alberoni e Gianantonio Gigli, divenne un punto di riferimento per una generazione che aveva scoperto la sociologia (invisa ai liberali grazie a Croce e ai comunisti grazie a Togliatti, secondo Fofi) come strumento di intervento sulla realtà. Ancora più evidente è stato il ruolo del giornalismo d’inchiesta nel ricostruire le trame successive al ’69: forse il libro chiave dal punto di vista della denuncia, è stato “La strage di stato”, pubblicato nel 1970, che cercò di indagare sul caso Pinelli e le molteplici versioni contraddittorie presentate. Un’opera che ha segnato quegli anni ed è stata all’origine di un filone di inchieste sull’occulto e il nascosto, che si è poi evoluto verso il romanzo noir.

Più originale appare il richiamo di Fofi all’opera di don Milani considerata in quest’ottica, grazie alle “Esperienze pastorali”, un libro che è di fatto un’inchiesta che analizza l’economia, la storia e la cultura del Mugello, rappresentando un altro filone dell’inchiesta sociale, ovvero le monografie sulle situazioni cittadine o gli ambienti specifici. Questo è un aspetto tanto antico quanto trascurato, poiché sono davvero pochi i libri che hanno raccontato dei piccoli centri in modo simile.

Dobbiamo porci domande profonde: ‘Qual è il mio ruolo nel mondo di oggi, in questa epoca? Cosa posso fare per rendere il mondo meno deprimente di quanto sia attualmente?’ E queste domande devono essere affrontate insieme ad altri, poiché l’azione solitaria potrebbe non bastare.

Goffredo Fofi

Alla ricerca di un approccio ecologico

Secondo Goffredo Fofi, questo modo approfondito e di punta di concepire il giornalismo d’inchiesta è ormai tramontato. Oggi, con la presenza di internet e la libertà di espressione che ne deriva, siamo testimoni di un’eccessiva libertà di chiacchiericcio, che non favorisce l’inchiesta ma alimenta la costante falsificazione della realtà e la superficialità nella sua narrazione. Sul finire del libro, l’autore si chiede dunque come fornire strumenti solidi per analizzare il mondo in cui viviamo, sia a livello locale che globale; come adottare un approccio “ecologico” o un’“igiene dello sguardo” in grado di ripulire la nostra visione da sovrapposizioni colorate, dolorose o falsificate che ci impediscono di vedere la realtà come realmente è, a occhio nudo.

Anche se, oggi, il vero vuoto che sentiamo riguarda non tanto la comprensione del mondo, ma la capacità di intervenire in qualche modo correggendone le storture. Come? A partire dall’impegno individuale, ma non da soli, sostiene Fofi in un ultimo appello: “Dobbiamo porci domande profonde: ‘Qual è il mio ruolo nel mondo di oggi, in questa epoca? Cosa posso fare per rendere il mondo meno deprimente di quanto sia attualmente?’ E queste domande devono essere affrontate insieme ad altri, poiché l’azione solitaria potrebbe non bastare”.

Luciano De Fiore
Il Pensiero Scientifico Editore

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