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La voce di Hind Rajab
Regia: Kaouther Ben Hania
Con: Saja al-Kilani, Clara Khuri, Muʿtazz Milhis, ʿAmir Hulayhil
Tunisia, Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, 2025
Durata: 89’

Ventiquattro minuti di applausi per un film di ottantanove minuti, un rapporto di poco più di uno a quattro. Standing ovation al termine della proiezione alle Giornate degli autori e alla cerimonia finale della 82esima edizione della Mostra del cinema di Venezia con l’assegnazione del Leone d’argento Gran premio della Giuria, il secondo posto, a La voce di Hind Rajab. Fortissima la commozione e tempesta emotiva suscitate dalla visione degli spettrogrammi che percorrono lo schermo e dall’ascolto della voce di Hind. Tutto strano e anomalo, che ci deve far riflettere e, in qualche modo, reagire.

Riflettere sulla manifestazione di misericordia e di pietà aggrappate ad una voce, manifestazione di un’intera platea consapevole che non è la reazione ad un espediente della regista, Kaouther Ben Hania, ma della realtà di cui è vittima un intero popolo: oltre 20.000 bambine e i bambini, ragazze e ragazzi palestinesi hanno perso la vita sotto i bombardamenti dalle forze israeliane a Gaza, uno ogni ora dall’ottobre 2023. È come se ogni giorno morisse un’intera classe: una catastrofe umanitaria. Questo docufilm è un modo di restituire visibilità ad una moltitudine annientata attraverso la voce di una vittima, una tratta dal mucchio dei morti. Abilità della regista nel catturare lo “sguardo” degli spettatori attraverso una voce, ma non solo, e gliene è stato giustamente dato merito; è anche l’attenzione e la necessità di comprendere di spettatori in gran parte disorientati.

A fine gennaio 2024, mentre è in corso l’offensiva “Spade di ferro”, lanciata da Israele nella Striscia di Gaza, l’auto su cui viaggia Hind, bambina palestinese di 6 anni, insieme ad altri cinque familiari, viene crivellata di colpi: 355 pallottole che trasformano il veicolo in una massa di lamiere contorte. Stanno fuggendo, mentre la mamma di Hind e i fratelli più grandi sono scappati a piedi. Hind è l’unica sopravvissuta e cerca più volte di contattare i servizi di emergenza con il cellulare, finché non si stabilisce un contatto stabile con il sistema di soccorso della Mezzaluna Rossa, situato a 80 chilometri da Gaza, che coordina gli interventi laddove serve aiuto.

Dall’altro capo del telefono, i soccorritori della Mezzaluna Rossa cercano di calmarla e assisterla, mentre chiedono all’esercito israeliano il permesso di raggiungerla. Un’ambulanza dista solo otto minuti dall’auto, viene ripetuto più volte, ma il rispetto delle procedure esige il suo tempo. Per tre ore Hind resta al telefono, fino a quando la chiamata viene bruscamente interrotta, dopo aver ripetuto più volte: “Ho così paura, per favore venite”. Nel frattempo l’ambulanza viene inviata ma viene a sua volta distrutta, uccidendo i paramedici che erano a bordo.

Dopo dodici giorni, una squadra della protezione civile palestinese ha raggiunto la zona trovando le vittime e l’auto. A soli cinquanta metri giaceva l’ambulanza carbonizzata.  Sebbene alcune inchieste giornalistiche, tra cui quelle di The Washington Post and Sky News, e il lavoro del gruppo indipendente di ricerca inglese “Forensic Architecture” abbiano identificato con alta probabilità il carro armato che ha fatto fuoco sull’auto e sull’ambulanza dei soccorritori, e anche il militare a capo del mezzo, le forze armate israeliane (Idf) non hanno mai ammesso la propria responsabilità.

Kaouther Ben Hania, regista tunisina e attivista politica, in corsa per gli Oscar 2024 con il docufilm Four Daughters – che racconta la storia di quattro sorelle, due delle quali si uniscono all’Isis – è riuscita, prima del Washington Post, a ottenere le registrazioni. Contrariamente ai circa tre anni normalmente necessari per realizzare un film, il docufilm è stato prodotto e presentato alla Mostra di Venezia in circa un anno, “perché assecondare il silenzio è rendersi complici”.

La voce di Hind non è stata doppiata, è la sua voce, è la voce di Gaza, quella che gli israeliani vogliono silenziare. I volontari sono interpretati da attori che, in entrambi i ruoli, piangono alternandosi al telefono per “trattenere” Hind. Un film a metà tra documentario e fiction, che però rende partecipe lo spettatore dell’impotenza dei volontari della Mezzaluna Rossa, e anche dell’impotenza di tutti noi, di una responsabilità condivisa, del silenzio o della denuncia tardiva, dello stare a guardare troppo a lungo.

Hind amava andare sulla spiaggia di Gaza City a giocare con il fratello, quella che Trump e i sodali vogliono trasformare in una riviera. Kaouther Ben Hania sceglie di chiudere il film con la sequenza dei bambini che giocano sulla spiaggia: un knock out finale per lo spettatore.

La giuria di Venezia 82 avrebbe potuto osare di più assegnando il Leone d’oro a La voce di Hind Rajab, invece che a Father Mother Sister Brother di Jim Jarrmusch, un film senza pretese se non quelle di mediare con il pubblico e il mercato internazionale, in particolare quello americano in vista dei prossimi Oscar. La voce di Hind Rajab concorrerà tra i titoli internazionali con il buon viatico anche dei suoi produttori (in particolare i famosi Brad Pitt e Joaquin Phoenix). Sarà comunque il botteghino dei prossimi mesi a incidere sull’esito finale. Bisogna quindi andare a vederlo e invitare altri a farlo (anche, purtroppo, acquistando la visione sulle piattaforme digitali).

Ma è possibile fare altro come segno di solidarietà al popolo della Palestina? Negli ultimi mesi, i tentativi e le modalità si sono moltiplicati: alcuni gesti di “semplice” testimonianza o protesta, altri più diretti.  A Gaza quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi, trecento incarcerati; tutti i 36 centri sanitari sono stati colpiti e solo un paio risultano ancora, seppur in modo insufficiente, funzionanti. La presenza di volontari sanitari di organizzazioni internazionali è limitata e osteggiata dal governo e dall’esercito israeliani. Come comunità sanitaria internazionale ancora una volta si è in ritardo. Solo la Società internazionale di nefrologia contempla nel suo organigramma la cooperazione e la disponibilità di operatori per interventi in zone di conflitto. Altre società e associazioni di categoria potrebbero attivarsi, testimoniando una solidarietà attiva.

Nel corso degli ultimi mesi alcune centinaia di bambini palestinesi sono arrivate in Italia per essere curati, anche in Piemonte al Regina Margherita: un importante impegno e testimonianza. Ma oltre all’occasionalità dell’emergenza, all’impatto mediatico, quale il futuro per questi bambini che sono stati accolti? E quelli rimasti? Per quelli già pazienti cronici, per quelli sopravvissuti e ora diventati pazienti cronici perché mutilati o privati della serenità mentale, cosa è possibile fare? Cosa possiamo fare come operatori sanitari italiani, oltre che cittadini? Cosa ci insegna questa tragica fase del cronico crimine contro l’umanità?

Ecco, andare a vedere e “sentire” La voce di Hind Rajab pone anche queste domande. È anche questo il compito di un buon film. Come ha detto la regista Ben Hania alla premiazione, si tratta di “ascoltare le grida delle persone a cui nessuno risponde. La voce di Hind è la stessa di Gaza. Il cinema ci dà coraggio, lei non c’è più ma la sua presenza è ancora qui, è nella sua voce, e risuonerà finché non ci sarà giustizia”

Maurizio Bonati
Direttore della rivista Ricerca&Pratica


Medico, già responsabile del Dipartimento di salute pubblica e del Laboratorio per la salute materno-infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” Irccs di Milano, Maurizio Bonati è direttore della rivista Ricerca&Pratica. È stato consulente per l’Organizzazione mondiale della sanità. È autore di Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime.

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