L’enoughness nasce dal riconoscimento e dall’apprezzamento di ciò che già abbiamo e di ciò che già siamo. È una mentalità che riconosce che possediamo un valore intrinseco e che i beni materiali e l’affermazione sociale non sono gli unici fattori determinanti della nostra felicità e realizzazione. Le fotografie di Cristina Mittermeier ci ricordano che gli esseri umani non sono creature isolate, ma membri di una società interconnessa.
Nella presentazione della stupenda mostra “La grande saggezza” della fotografa messicana Cristina Mittermeier alle Gallerie d’Italia Intesa Sanpaolo di Torino, viene introdotto il concetto di enoughness che l’autrice ha elaborato avendo condiviso lunghi periodi di vita quotidiana con popolazioni che vivono in armonia con il mondo circostante, che usano i prodotti dalla natura senza depauperarli, che, come dice lei stessa, apprezzano ciò che hanno.
Noi occidentali viviamo invece in un mondo orientato al mito della crescita senza limiti, dell’accumulo di ricchezze, della rincorsa allo stato di salute perfetta a dispetto dei malanni che affliggono prima o poi qualunque organismo; un mondo in cui ci sentiamo obbligati a essere i più abbienti, importanti, potenti e famosi. Nessuno trae veramente vantaggio da questo ordine sociale competitivo che produce ansia, stress, burnout, danni alle relazioni umane, progressiva disuguaglianza tra popolazioni, all’interno di una stessa nazione e di una stessa comunità e soprattutto provoca un inquietante depauperamento delle risorse naturali, accumulate per milioni di anni e sperperate in un paio di secoli.
Illich, Latouche, movimenti slow
Il concetto di enoughness sta entrando nel linguaggio comune, ma era già presente nelle riflessioni di Ivan Illich quando predicava la “virtù della sufficienza” come una via frugale per uscire da una corsa scriteriata verso un futuro insostenibile, verso una medicina che ammala e una scuola che rende i bambini ignoranti [1]. L’enoughness rappresenta anche la base della teoria della decrescita elaborata dall’antropologo francese Serge Latouche considerata come una sfida alla mentalità del progresso a tutti i costi per costruire una società fondata su valori ecologici, umani e sociali [2]. L’enoughness è anche lo spunto filosofico di tutto il movimento slow che oltre al cibo, coinvolge le città, l’architettura, la musica, l’informatica, il giornalismo e, quello che a noi più interessa, la medicina. I movimenti slow prefigurano un altro modo di vivere dove le varie espressioni delle nostre vite non sono orientate a produrre, a creare competizione per raggiungere la cima della piramide sociale, ma a realizzare una vita sufficientemente buona per tutti. La presunzione e la sfida dei limiti, la hybris degli antichi greci, veniva punita dagli dèi e anche noi rischiamo che il destino del genere umano possa avviarsi verso un futuro ingrato; accettare invece i nostri limiti può portare a una vita più appagante e a una società più armoniosa.
La cura sobria e rispettosa
Slow Medicine, adottando come principio guida la necessità di sostenere una medicina sobria, rispettosa e giusta, ha coniugato il termine sobria con il concetto “fare di più non significa fare meglio” [3], che incarna perfettamente la logica dell’enoughness. Ciò non significa rinunciare alle cure sperimentate per curare con tutte le energie umane e tecnologiche quelle condizioni che minano la salute delle persone, senza però varcare i limiti dell’efficacia dei trattamenti con il rischio di provocare più danni di quelli che si vorrebbe evitare.
Nel capitolo che riguarda la sobrietà del recente libro I gatti della signora Augusta e altre storie slow di cura sobria e rispettosa si afferma: “Una medicina sobria implica la capacità di agire con moderazione, gradualità, essenzialità […], concetto che spesso è dimenticato, accantonano o semplicemente mai considerato, come se fosse un comportamento perdente e rinunciatario. L’impressione è che gran parte della medicina tenda invece all’eccesso, a preferire procedure non ancora sperimentate, ma che sanno di innovativo, a prescrivere secondo la logica del non-si-sa-mai, a investire più su ciò che dà visibilità rispetto a ciò che serve, a occuparsi di patologie in funzione della tecnologia disponibile, a organizzare il lavoro più in funzione del prestigio personale che delle esigenze dei pazienti” [4].
La sufficienza
Enoughness è un termine scivoloso, perché si riferisce a un giudizio personale, spesso ottenuto come compromesso tra esigenze opposte e non può essere definito da regole oggettive e universali; una validità intrinseca che non fa riferimento ad alcun confronto esterno. Non bisogna pensare che sia sbagliato il miglioramento di per sé, ma diventa critico quando si prescinde dal valore del prodotto finale e si punta solo al guadagno. L’enoughness fa riferimento alla rinuncia del desiderio di qualcosa, di migliore, più veloce o potente a scapito del proprio benessere fisico e psichico o dell’equilibrio con la natura.
Si tratta comunque di un concetto che dovrebbe entrare nel modo di pensare di ciascuno di noi come esseri umani, che occupiamo per alcuni decenni il pianeta e ne sfruttiamo le risorse a scapito delle generazioni future, ma soprattutto come operatori sanitari che dobbiamo poter garantire le cure necessarie e sufficienti a tutti, evitando le sovra e le sotto prescrizioni, evitando il superfluo che induce sprechi e non produce salute.
Marco Bobbio Medico, già primario Cardiologia Ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo
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