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Come leggiamo sul sito dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, “si è conclusa la procedura svolta da Agenas – in qualità di soggetto attuatore – in merito alle proposte di partnership pubblico privato per l’affidamento in concessione per la Progettazione, realizzazione e gestione dei servizi abilitanti della piattaforma nazionale di telemedicina Pnrr – Missione 6 componente 1 subinvestimento 1.2.3 Telemedicina. La gara telematica attivata in data 12 ottobre 2022 ha visto quale soggetto aggiudicatario il costituendo Raggruppamento temporaneo di impresa (RTI) Engineering Ingegneria Informatica spa e Almaviva spa a fronte del corrispettivo complessivo della concessione decennale valorizzato in € 234.992.510,00 oltre iva”.

Chi sono Engineering e Almaviva?

Engineering Ingegneria Informatica è una società italiana costituita nel 1980 che opera nel settore della information technology ed è specializzata nella consulenza alla pubblica amministrazione (centrale, locale, sanità), utility, telco e industria. Almaviva è uno dei suoi principali concorrenti, sebbene sia di fondazione più recente (2005). Queste due società e poche altre sono le destinatarie della quasi totalità degli appalti per la realizzazione e lo sviluppo di specifici prodotti (per esempio la piattaforma di telemedicina prevista dal Pnrr) ma anche di strategie di politica sanitaria: non solo in Italia. Un monopolio di fatto che ha cambiato radicalmente il modo di operare della pubblica amministrazione. È il tema di un libro di Mariana Mazzucato e Rosie Collington The big con – con un sottotitolo eloquente: “Come l’industria delle consulenze indebolisce le attività imprenditoriali, impedisce la maturazione dei governi e distorce le nostre economie” [1].

Da consulenti esterni a manager pubblici

“Molti governi hanno smesso di investire nelle proprie capacità e competenze – spiegano le autrici – e dal momento che temono il fallimento dei loro progetti smettono di assumersene il rischio”. Lo affidano (ma solo teoricamente) alle grandi agenzie di consulenza. Qualche nome? McKinsey, Boston Consulting Group (BCG), Bain & Company, PriceWaterhouseCoopers, Deloitte, KPMG. Le abbiamo sentite nominare tantissime volte in ambito sanitario perché si vedono assegnati programmi educazionali, progetto e costruzione di ospedali, stesura di codici etici, redazione della bozza di documenti legislativi, curatela del processo di privatizzazione di asset pubblici. L’equivoco è pensare che l’affidamento di compiti strategici alle agenzie di consulenza sia solo un modo per vigilare maggiormente sui costi e migliorare la gestione dei beni pubblici. Non è così, secondo Mazzucato e Collington: è la spia di una precisa visione dell’economia che ha creato delle disfunzioni sia nei governi sia nell’economia internazionale, anche perché le grandi agenzie hanno progressivamente spostato la loro sfera d’azione dai margini al centro della cosa pubblica. Di fatto, le società di consulenza diventano i gestori della cosa pubblica, non limitandosi a suggerire obiettivi o strategie: “nel nome della modernizzazione, della razionalizzazione e dell’efficienza stiamo vivendo sotto un regime governato dalle agenzie di consulenza e dalle politiche fatte col PowerPoint” si leggeva in un articolo del Telegraph del 2008 [2]. L’esperienza recente in diverse nazioni mostra come non ci siano sostanziali differenze tra l’atteggiamento di governi conservatori o progressisti: la fiducia nelle agenzie è bipartisan, insomma.

Anche perché quello della superiore qualità espressa dal privato è un mito (“la retorica dell’incompetenza di chi lavora nel pubblico ha reso anche meno attraente rispetto a un tempo l’impiego nelle istituzioni” aggiungono le autrici). Healthcare.gov è il nome del sito che avrebbe dovuto permettere ai cittadini statunitensi di acquistare un’assicurazione all’indomani del varo della Obama Care. La costruzione della piattaforma era stata ovviamente appaltata a provider privati: per i malfunzionamenti solo 7 persone riuscirono a usarla con successo nelle prime 24 ore. E di esempi del genere ce ne sono centinaia. Ma anche quando le cose non vanno nel verso giusto le conseguenze ricadono sempre sul committente pubblico. Infatti, i contratti prevedono che ogni aumento di costi rispetto a quanto preventivato sia addebitato all’istituzione, incluse le ore di lavoro necessarie per risolvere i problemi rilevati. Mazzucato e Collington sottolineano come dopo la crisi finanziaria del 2008 le grandi società di consulenza furono incaricate di svolgere gli audit negli istituti di credito in crisi, nonostante fossero state proprio quelle stesse agenzie a orientare tutte le decisioni che avevano portato al collasso il sistema bancario. Questi accordi tra pubblico e privato sono costellati da clausole molto spesso riservate che contribuiscono alla complessiva opacità dei termini che regolano queste collaborazioni.

La perdita di competenze nelle istituzioni pubbliche

Altro grande problema è nella sottrazione delle capacità di programmazione, risoluzione dei problemi interna alle istituzioni pubbliche: “Quanto più un governo esternalizza le attività, tanto maggiore è la perdita di competenze, causando uno svuotamento delle capacità interne, la paralisi operativa e un’incapacità ad evolvere.” Invece, il rilancio economico potrebbe arrivare – è il parere delle autrici – solo dall’arricchimento delle competenze della Pubblica amministrazione. Quando le prestazioni dei consulenti privati sono svolte da personale preparato ed esperto, il valore aggiunto creato dalle società di consulenza comunque equivale al valore che sottraggono alle organizzazioni servite, all’interno delle quali il personale non elabora strategie né ha l’opportunità di crescere professionalmente. È un argomento sul quale il libro insiste particolarmente: “quanto meno un’organizzazione fa le cose, tanto meno saprà farle in futuro”.

La visione che fa ritenere che sia più opportuno e conveniente che un’attività o un progetto siano esternalizzate contraddice l’assunto che le migliori organizzazioni sono quelle che motivano i propri dipendenti alla crescita professionale continua [3]. Altra conseguenza della perdita di conoscenza all’interno delle organizzazioni pubbliche è la riduzione della capacità di giudicare i risultati delle esternalizzazioni, producendo così un circolo vizioso che produce danni sempre maggiori alle istituzioni.

D’altra parte, però, essendo interpellate per le ragioni più varie e negli ambiti più diversi, non di rado accade che la qualità della consulenza sia davvero modesta: si tratta più che altro di dare solo l’impressione che la prestazione abbia valore e non che sia utile realmente. La preparazione culturale del personale della consulting industry sta diminuendo e la prova sarebbe nella progressiva riduzione percentuale del numero di chi in quelle società entra dopo essersi laureato in università prestigiose.

Come uscirne?

Occorre ricostruire la capacità delle istituzioni pubbliche di creare valore col proprio lavoro, smentendo i luoghi comuni secondo i quali il privato sarebbe più efficiente e oculato nella spesa e negli investimenti. Lo “stato imprenditore” – concetto caro a Mariana Mazzucato – è capace di creare valore e di costruire innovazione mettendo in rete tutte le competenze che evolvono al proprio interno. È anche essenziale che gli enti pubblici tornino ad attrarre le persone migliori tra quelle che si affacciano al mondo del lavoro e – anche in virtù dell’acquisizione di queste capacità – le istituzioni accettino di correre il rischio di investimenti (beninteso, misurati) che possono rivelarsi strategici: da market fixer a market shaper, sintetizzano le autrici.

Meno un governo fa, meno apprende e meno è capace di governare.

Ancora, invece di rivolgersi alle agenzie di consulenza private, le istituzioni potrebbero avvalersi della collaborazione di centri di ricerca pubblici, istituti o dipartimenti universitari, organizzazioni non governative che abbiano nella condivisione dei dati e nella crescita della nazione la propria stella polare. In questa cornice, il contrasto ai conflitti di interesse è fondamentale: per esempio, non di rado le agenzie di consulenza collaborano sia con i governi per la pianificazione di programmi volti alla sostenibilità ambientale, sia con le aziende produttrici di combustibili fossili. Sono situazioni inaccettabili.

In definitiva, meno un governo fa, meno apprende e meno è capace di governare. È uno scenario probabilmente ben visto da molti, ma che potrebbe non essere vantaggioso per i cittadini.

Luca De Fiore
Il Pensiero Scientifico Editore

Bibliografia

1. Mazzucato M, Collington R. The big con. New York: Penguin, 2023.
2. Prince R. Tory leader David Cameron attacks labour’s policy by PowerPoint. Telegraph, 12 maggio 2008.
3. Senge PM. The fifth discipline. The art and practice of the learning organization. New York: Doubleday, 2006.

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