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Se davvero non abbiamo che una sola e unica cosa nel cuore – portare qualcosa a casa, come sosteneva Nietzsche– allora alcune significative scritture del 2023 appena trascorso sembrano indicare che quella cosa da custodire, e narrare, quando la si sia guadagnata, è il sentimento della perdita. È questa ad accomunare alcuni dei romanzi più significativi dell’anno: è nella sua ombra cangiante che inviterei a leggere o rileggere il dittico di Cormac McCarthyStella Maris e Il passeggero –, Lezioni di Ian McEwan, Baumgartner di Paul Auster e Il polacco di J.M. Coetzee.

Gli autori sono tutti maschi avanti negli anni, che narrano a loro volta di uomini già in partenza anziani, o che lo divengono nel corso dei romanzi. Protagonisti problematici, per i quali i segnali di decadenza sono ormai dietro l’angolo (“la patta aperta è l’inizio della fine”, dice di sé Baumgartner, il personaggio di Auster, e sembra Zuckerman di Roth), per i quali ormai la memoria è un essere vivente di cui è bene diffidare, ma paradossalmente l’unico al quale ci si può affidare, invece. Rimemorazione contro coazione a ripetere: un leit-motiv per tutti questi racconti. Perché è il ricordo rivissuto e narrato in cui il protagonista risignifica quel che gli è accaduto lo strumento in grado di riproporre, e così contribuire a redimere, il trauma della perdita, succhiandone via – quando possibile – il veleno, pur conservandone il peso e l’essenza.

Il dittico di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy ci ha lasciati, novantenne, con un ultimo fremito poderoso, un unico romanzo in due tomi distinti e a due voci, di una sorella e di un fratello, entrambe le quali non esprimono che il senso della perdita l’una dell’altra. In Stella Maris la storia è affidata alla narrazione di Alicia: qui l’ammanco si manifesta in tutta la propria forza devastante, divenendo insuperabile, a ricordarci che si danno drammi interiori irredimibili, dei quali non si riesce a fare il lutto neppure se aiutati da un’acuta intelligenza, razionale ed emotiva, e dal dialogo con gli altri. La perdita di cui Alicia riferisce al terapeuta è la perdita per eccellenza, quella dell’altro e del suo amore.

Nel caso del fratello Bob, a sua volta voce narrante de Il passeggero, il suicidio della sorella ventenne, un dolore così pervasivo da farlo sentire, anche dopo dieci anni, l’ultimo degli uomini, solo nell’universo che gli si oscura intorno, al punto da fargli piangere ogni cosa in un unico pianto, sussumendo nell’idea della perdita l’ordine di tutte le possibili cose smarrite. L’oggetto del suo ricordo amorevole reca indelebile la marca della perdita.

L’oggetto del suo ricordo amorevole reca indelebile la marca della perdita.

Roland Baines nella scrittura di McEwan

Altre volte, in queste scritture, il filo rosso del lutto è intrecciato con quello azzurro della coscienza della perdita stessa e della testimonianza che tuttavia la si può gestire, che la vita incede oltre. Che si può insomma viaggiare leggeri, senza portarsi il proprio passato in battaglia per il resto dei propri giorni. Come nel caso della quasi-biografia di Roland Baines, protagonista dello strutturato e complesso romanzo del settantacinquenne McEwan: il racconto di un’unica, interminabile onda di risacca che allontana Roland da quel che avrebbe potuto essere la sua vita, ma che a più riprese lo rigetta sul bagnasciuga, per quanto senza forze e intirizzito.

Tre esperienze traumatiche in successione lo avevano segnato: affacciandosi all’adolescenza, era divenuto vittima inconsapevole e succube del desiderio sessuale della sua insegnante di pianoforte. In seguito, aveva subìto l’abbandono di una moglie scrittrice ambiziosa, e via via affermatissima, che troppo presto lo aveva mollato lasciandolo alle prese con un crescente senso di inadeguatezza e un figlio di sette mesi. Infine, la terza ripetizione traumatica: Daphne, nuova compagna di un amore tardivo ma saldo, viene colpita agli albori del loro rapporto da un tumore invasivo e rapido nel portarla alla morte.

Il lutto di Seymour Baumgartner

Quello che, dio non voglia, potrebbe restare l’ultimo racconto del settantaseienne Paul Auster, da tempo seriamente malato, sembra riprendere, fondendoli e mettendoli a fuoco, il secondo e il terzo tempo del romanzo di McEwan. La vita di Seymour Baumgartner, il suo protagonista, filosofo fenomenologo e accademico a Princeton, è stata marcata dall’amore per la moglie Anna Blume, fine poetessa, anche e soprattutto da quando un’onda anomala e selvaggia le aveva spezzato la vita a Cape Cod nel pieno vigore di donna ancor giovane. Per molti anni a seguire Seymour si era sentito un moncone umano, un mezzo uomo che persa ormai la metà migliore di sé stesso si ritrovava incapace di continuare ad attraversare il vasto prato interiore che pure creatività e interessi gli stendevano davanti. Vivere è provare dolore, si era detto, ma vivere con la paura del dolore significa non voler vivere.

Si era dunque fatto forza, come aveva potuto, per quanto la perdita lo facesse sentire mancante al punto da indurlo a scrivere un saggio sull’arto fantasma, da lui rinominato “sindrome della persona fantasma”, via via che le corrispondenze metaforiche gli erano sembrate più evidenti: la nostra parte fantasma può essere a lungo fonte di un dolore profondo, indegno. Ma poi, vedi il destino, ormai decisamente anziano e in pensione, aveva incontrato la calma e sofisticata Judith, con la quale aveva intrecciato una nuova soddisfacente relazione. Al dunque, però, anche il nuovo amore si era sottratto alla prospettiva di un sodalizio simil coniugale e a Baumgartner non era rimasto che piangere la scomparsa di quella che gli era parsa l’ultima possibilità amorosa.

Vivere è provare dolore, si era detto, ma vivere con la paura del dolore significa non voler vivere.

La compensazione della perdita tornava però a prospettarglisi inaspettatamente, una volta in più, nei panni di una giovanissima studentessa di Ann Arbor, Beatrix Coen, determinata ad approfondire nella dissertazione di dottorato i presupposti della poesia di Anna, la moglie scomparsa in mare dell’anziano professore. Avverte da subito che la ragazza, una perfetta sconosciuta, votata però all’opera della sposa adorata, è destinata a divenire la persona più importante del suo ultimo tratto di vita. Prende dunque ad attenderla con un’ansia crescente, immergendosi nei preparativi per accoglierla al meglio. Poco prima del suo arrivo, nel corso di una estemporanea passeggiata in macchina sotto la neve per bruciare l’attesa, ha un incidente: per evitare un cervo esce di strada e picchia la testa. La botta non pare grave, ma tale comunque da fargli sanguinare la fronte e da pregiudicare la ripartenza dell’auto.

Si mette in cerca di aiuto nella campagna innevata, e “quando arriva ad una prima casa e bussa alla porta si apre il capitolo finale della saga di Seymour Baumgartner”. Con questa frase enigmatica Auster chiude il racconto. Ma non la storia, si potrebbe pensare, quasi a voler suggerire un sequel. Oppure al contrario, ad alludere a un punto definitivo: varcare quella porta di una casa sconosciuta significherebbe metaforicamente per Baumgartner porre fine alla propria esistenza, transitare insomma verso la morte.

Il polacco e la sublimazione dell’assenza

Nel racconto dell’ultraottantenne premio Nobel Coetzee si delinea un altro modo ancora di vivere e intendere la perdita, quello che inizialmente la denega. Beatriz, bella e affermata spagnola ormai vicina ai cinquanta, felicemente sposata, come si suol dire, diviene musa e oggetto del desiderio di un ultrasettantenne pianista concertista polacco, seriamente innamorato di lei – ma questo lei lo capirà più tardi. Invece, la prima reazione dell’organizzatrice musicale nei confronti dell’anziano esecutore di Chopin è secca e di rigetto: lo ritiene un poseur, un vecchio clown. E tuttavia avverte che è persona solida, di sostanza: pesante, come si dice in Polonia, non fatta d’aria. Finirà col farci l’amore, prima di allontanarlo da sé. Di lui la colpisce il piacere che in modo tanto evidente sa trarre da lei.

Le piace lo sguardo del vecchio su di sé, quella quota di desiderio maschile nel complesso di uno sguardo di ammirazione, di sbigottimento, come se non potesse credere alla fortuna di averla per sé. Ha avuto un fling (Beatrix usa il termine inglese), un’avventura. Un fling con un musicista molto anziano, per certi versi piacevole, ma ora è finita e il distacco è inevitabile e naturale. Lui si è innamorato di lei, lei ne ha avuto compassione e per questo gli ha dato quel che voleva. Poi, dopo qualche giorno trascorso insieme, basta. Davvero?

Quando, anni dopo, verrà a sapere che il musicista è morto, pur non comprendendo i motivi del riemergere dall’archivio inattivo nel quale lo aveva confinato di un sentimento di riconoscenza nei confronti di quel povero vecchio, ne ricercherà le tracce fino a Varsavia, scoprendo nel vuoto, polveroso e angusto appartamento del musicista una scatola con delle poesie scritte a lei e per lei, in polacco.

Anche Witold, quindi, aveva subìto i morsi della perdita e per renderla sopportabile nella vita reale aveva concentrato tutte le sue deboli forze nell’invocare, nel creare ed evocare una nuova Beatriz, una versione trasfigurata in versi della donna che prima lo aveva inspiegabilmente accolto, e poi improvvisamente respinto. Anche Beatriz troverà nello scrivere la chiave per compensare almeno parzialmente la perdita e sublimare l’assenza del pianista: l’ultimo capitolo del romanzo è composto dalle prime lettere di una serie che Beatriz prende a indirizzare al polacco scomparso.

Ispirarsi agli anziani maestri di scrittura

In nessuno di questi romanzi i protagonisti, anche se persone ferite (e di una certa età, ad eccezione del dittico di McCarthy), vivono le proprie ultime stagioni come una forma di declino prematuro. Nessuno di loro sbanda troppo vistosamente, né si consegna alle vergognose inadeguatezze della memoria. Nessuno di loro, per quanto vecchio, concepisce la propria scomparsa come la fine di tutto – tentazione frequente, nell’illusione di poter donare così uno straccio di senso alla propria morte.

Mi chiedo, allora, se non sia opportuno trarre ispirazione dalla compostezza di questi anziani maestri di scrittura che sono dietro le loro storie, dalla loro postura etica e dalla loro adulta consapevolezza che il pessimismo è il compagno ideale, ma corrivo, dell’ideologia attuale dell’ultramodernità, spesso fratello del cinismo, e che una forma di ottimismo tragico può essere recuperata e agita nella quotidianità di ognuno, senza abbandonarlo a politici ai quali nessuno più crede.

Nessuno di loro, per quanto vecchio, concepisce la propria scomparsa come la fine di tutto.

Se c’è una posizione etica possibile per l’intellettualità di oggi, e chissà universalizzabile, sembra proprio quella assunta da questi, e forse da un manipolo di pochi altri, sobri interpreti dei nostri tempi difficili. Nel corso dei quali si può scegliere di essere persone qualsiasi (come lo everyman rothiano), senza eroismi e volizioni estreme, ma senza per questo incattivirsi, bruciando ogni orizzonte.

Luciano De Fiore
Il Pensiero Scientifico Editore

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