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“Sin dalla nascita della fotografia, il corpo si è subito imposto come uno dei soggetti principali del nuovo mezzo. Il corpo da scoprire, da denudare, da osservare. Il luogo dei piaceri ma anche dei dolori, vulnerabile e potentissimo.” Con queste parole, il direttore artistico del festival fotografico Cortona on the move (Cotm) – Paolo Woods – ha introdotto l’edizione 2024, intitolata Body of evidence. Il tema del corpo è davvero culturalmente seducente e le molte mostre del festival lo confermano. Descrivono spazi da ridisegnare (per esempio attraverso il tatuaggio, soggetto di una mostra che ha raccolto opere di diversi autori), un luogo di libertà o da liberare, uno strumento da rendere sempre più efficiente, un’ultima frontiera prima della fine o qualcosa di insondabile, incomprensibile e fugace presenza assente dopo la morte.

Una delle mostre più interessanti è American mirror, di Philip Montgomery, giovane ma già affermato fotografo statunitense (è nato nel 1988). Le sue fotografie testimoniano un’America ancorata alle stesse contraddizioni che segnarono la sua storia negli anni sessanta, con gli omicidi di leader come Malcom X o Martin Luther King e con la discriminazione razziale nei confronti delle persone di colore o provenienti da diverse nazioni povere. L’attenzione di Montgomery si concentra sempre sulle persone e la delicatezza del suo sguardo anche in circostanze violente contrasta con l’evidenza che – privato dei diritti, dalla libertà e dall’identità – qualsiasi individuo si trasforma “semplicemente” in un corpo, del quale la violenza istituzionale o le tragedie legate all’emergenza climatica possono fare scempio. Gli istanti fissati da Montgomery – ha scritto Jelani Cobb sul New Yorker – “non sono episodi isolati uniti insieme dalla prospettiva di un singolo artista, ma sono punti fermi nel melting pot americano”.

Day Four, Minneapolis, Minnesota, May, 2020.
Photograph by © Philip Montgomery from the series American Mirror. Courtesy the artist.

La mostra antologica su Larry Fink in occasione dell’edizione 2019 del festival Fotografia europea di Reggio Emilia si apriva con la fotografia di un braccio disteso ma tutta l’attenzione si concentrava su una mano: era una sorta di simbolo del tema del festival dedicato ai Legami: intimità, relazioni, nuovi mondi. Anche nella ricca panoramica dell’opera di Ken Graves e Eva Lipman colpisce la presenza delle mani dei “corpi” fotografati. La mano è l’elemento che innesca la relazione e rende vivo un corpo altrimenti immobile. “Le mani hanno una storia, una cultura, una particolare bellezza”, scriveva Rainer Maria Rilke – citato da Geoff Dyer in uno dei più intriganti libri di storia critica della fotografia – e la fotografia può venire in soccorso del disegno e della pittura che sempre hanno sofferto la difficoltà di fermare “l’infinito istante” del movimento di una mano. L’espressività di una mano è anche nell’eloquenza della sua posizione: in un palmo aperto rivolto verso chi osserva a chiedere di fermarsi, in un pugno serrato a manifestare forza o dolore, nelle dita affondate sulla schiena di una persona abbracciata, fino alle mille posizioni delle mani di una persona innamorata: “L’amore ha care le mani più di ogni altra cosa – ha scritto il critico John Berger – per tutto ciò che hanno preso, fatto, dato, piantato, raccolto, nutrito, rubato, carezzato, sistemato, addormentato, offerto”. A questo punto, camminando nella Fortezza del Girifalco che si affaccia su Cortona e sulla piana della Val di Chiana, vengono in mente le parole di Abraham Verghese in un’intervista a Npr: “L’innovazione più importante del prossimo decennio sarà il riconoscimento del potere della mano umana. Non solo per diagnosticare, ma anche per confortare, rassicurare e dire: «Percorrerò questo cammino con voi fino alla fine del percorso. Sarò con voi».” Come ha detto Salvatore Mangione nell’intervista a @ilpunto_it che per molti temi toccati sembra rimandare al pensiero del medico statunitense della Stanford university, “nonostante (le) differenze culturali e individuali, le persone desiderano essere toccate, soprattutto nei momenti di difficoltà.” 

Dalla serie Restraint and Desire © Ken Graves & Eva Lipman

L’edizione 2024 del festival di fotografia di Cortona ha affidato a Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri la cura di una delle mostre più importantiCorpi celesti – costruita scavando (rovistando?) negli archivi sterminati degli Alinari. La selezione dei due autori – entrambi scrittori, il primo anche conduttore del programma radiofonico Pagina 3 e già direttore del Salone del libro di Torino, e la seconda autrice con Michela Murgia del podcast Morgana – si apre proprio con una serie di immagini di autori diversi, legate l’una alle altre dalla presenza delle mani: “Le mani non sono quello che sembrano”, commentano Lagioia e Tagliaferri. “Quando Pablo Picasso visitò le grotte di Lascaux, poco dopo la loro scoperta avvenuta nel 1940, si dice che ne venne fuori esclamando: «Non abbiamo inventato niente!». L’arte parietale risalente al paleolitico – dove tutto è presumibilmente cominciato – è piena di mani. Molte di queste mani appartengono a bambini, lo si capisce dalle dimensioni. Si trovano però, queste impronte, ad altezze dove quei bambini di 20.000 anni fa, da soli, non sarebbero potuti arrivare. Gli adulti li prendevano in braccio. Questo significa che quelle mani colorate con pigmenti minerali (e anche con guano – Piero Manzoni, pure, non ha inventato niente) non erano messe lì per caso, ma obbedendo a un rituale magico-religioso. Nel buddismo, nell’Induismo, ma anche nella cultura mediorientale, nel palmo della mano può aprirsi un occhio, un fiore. Sulla mano scorrono le linee della vita e dell’amore, della saggezza e del destino. La guerra comincia serrando i pugni. La pace, con una stretta di mano. La mano che distrugge, la mano che guarisce. Prendersi per mano. Toccarsi. Tenersi la mano nel sonno. Con logica controintuitiva, è solo con la comparsa del pollice opponibile che la mano ha acquistato un potente valore simbolico. In nessuna parte del corpo come nella mano, mondo sacro e mondo pratico sono la stessa cosa”.

Mario Nunes Vais, Ritratto nudo femminile su uno sgabello, 1900-1910
© Archivi Alinari, Firenze

Le immagini di grande formato esposte sul prato della Fortezza sembrano davvero prendere per mano il visitatore per incoraggiarlo a entrare, insieme ai curatori e agli autori, nel mood di una manifestazione culturale – come Cotm di quest’anno – che ha voluto intelligentemente alternare raccolte spensierate ad altre che impegnano emotivamente il visitatore, come This is the end – che documenta alcune delle modalità in cui la morte è stata affrontata da tutti i tipi di fotografia a scopo di documentazione o celebrazione – o il progetto di Walter Schels e Beate Lakotta, intitolato Life before death e prodotto trascorrendo oltre un anno negli hospice della Germania del nord per realizzare ritratti di persone che hanno dato il loro consenso a farsi fotografare prima e dopo la propria morte. È vero, come ha scritto Veronica Vituzzi su Doppiozero, che “nella rappresentazione del corpo c’è sempre, alla radice, una scelta ben precisa su ciò che noi, l’artista o la cultura vogliamo esporre del corpo, ed è una scelta che agisce su una molteplicità di ipotesi individuandone di volta in volta una e una soltanto che mette a tacere tutte le altre potenzialmente presenti”. 

Hamburg Leuchtfeuer Hospiz Dalla serie Life before death © Beate Lakotta, Walter Schels

Tornando ai progetti più leggeri esposti al festival, They don’t look like me, in cui Niccolò Rastrelli viaggia in Italia, Kenya e Giappone per ritrarre cosplayer insieme alle loro famiglie, creando spesso cortocircuiti ironici tra la normalità piccolo borghese e la straordinarietà di una vita sognata. Legittimo non sapere di cosa stiamo parlando e allora – anche se Wikipedia è sempre una nostra alleata – il fenomeno dei cosplayer è quello che vede persone travestirsi nei modi più stravaganti e accurati per somigliare il più possibile a personaggi dei fumetti o del cinema. Ecco che sembra davvero che Rastrelli abbia voluto dar forma a quanto approfondito in un libro recente da Francesca M. Esposito a proposito della ricerca della perfezione del corpo: “se la liberazione del corpo rimane tuttora un atto culturale ambiguo probabilmente impossibile da realizzare pienamente, l’unico dato che può cambiare davvero le cose è mettere in primo piano l’umanità che vi si cela. Dietro un corpo c’è sempre una persona, ed è nella misura in cui gli individui non scompaiono dietro l’immagine, ma riescono anzi a fare di questa una consapevole espressione di sé, che possiamo sognare corpi veramente autodeterminati.”

Dalla serie I dont’t look like me © Niccolò Rastrelli

Anche quest’anno il festival di Cortona è stato capace di dare una quantità di suggestioni all’interno delle quali è complicato mettere ordine se si considerano i possibili rimandi, le indicazioni per approfondimenti, i suggerimenti a conoscere meglio il lavoro degli autori esposti (anche se – come sosteneva un genio del ritratto del corpo come Diane Arbus – “una fotografia è un segreto intorno a un segreto: quanto più ti dice, tanto meno ne sai”). E l’occhio – e il vissuto – di chi svolge lavoro di cura è probabilmente tra i più adatti a cogliere il valore e i limiti di queste suggestioni. C’è poco da fare: il corpo resta la mappa della cura. La saggezza del curante – medico, infermiere, psicologo – è nel non trascurare il territorio – la mente della persona e il contesto di vita – che alla mappa stessa dà significato e profondità. Alla fine, la chiave per la consapevolezza della complessità della persona è nella capacità di leggere questa dialettica complessa in cui, però, il corpo manifesta sempre la propria presenza. Se in letteratura vale la convinzione del critico George Steiner – se lo scrittore descrive un cappello, lo fa perché c’è un uomo che lo porta – è significativo che anche nella fotografia molte delle tante immagini in cui le persone non sono presenti traggano il proprio senso nelle domande che quell’assenza ci suggerisce; in altre parole, anche di fronte a un paesaggio deserto è proprio quella mancanza che porta chi osserva a chiedersi come sarebbe quel luogo – o cosa accadrebbe in quel tempo – se fossero presenti delle persone. O dei corpi.

Luca De Fiore
Il Pensiero Scientifico Editore

I LIBRI E GLI ARTICOLI CITATI
Berger J. Lillà e Bandiera. Torino: Bollati Boringhieri, 2006.
Dyer G. L’infinito istante. Saggio sulla fotografia. Milano: Il Saggiatore, 2022.
Esposito FM. Ultracorpi. La ricerca utopica di una nuova perfezione. Roma: Minimum Fax, 2024.
Raz G. Is the human hand our best technology? NPR, 26 febbraio 2023.
Vituzzi V. La rivolta del corpo. Doppiozero, 30 agosto 2024.

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