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A livello globale, il numero di nuovi casi settimanali di covid-19 continua a diminuire dal picco di gennaio 2022. Durante la settimana che si è conclusa il 19 giugno 2022, sono stati segnalati all’Organizzazione mondiale della sanità oltre 3,3 milioni di casi, con una diminuzione del 4 per cento rispetto alla settimana precedente. Il numero di nuovi decessi settimanali è diminuito del 16 per cento sempre in confronto con la settimana precedente, con oltre 7500 decessi segnalati. Al 19 giugno 2022, i casi confermati dall’inizio della pandemia sono oltre 536 milioni con più di 6,3 milioni di decessi a livello globale. In Italia, come in altre nazioni, l’incidenza nella prima metà di giugno è leggermente risalita, con 222 casi su 100mila abitanti e l’Rt a 0,75. Il che ha suggerito al Ministero della salute di raccomandare ancora comportamenti prudenti, monitorando l’andamento della situazione negli altri Paesi europei, mentre per le persone anziane e per quelle fragili è stato raccomandato di completare il ciclo vaccinale con la quarta dose.

Guardare a quel che è successo

A distanza di due anni e mezzo dall’inizio di una crisi sanitaria senza precedenti nell’età contemporanea, è possibile prendersi una pausa e guardare con un minimo di distanza a quel che è successo, soprattutto agli aspetti da tutti giudicati più critici. L’informazione, per esempio. Gli elementi da cui partire sono quasi infiniti, ma secondo un recente rapporto del Centre for countering digital hate 31 milioni di persone sono iscritte su Facebook a gruppi contrari ai vaccini e altri 17 milioni su YouTube. Nonostante i successi delle vaccinazioni nel mitigare l’infezione da coronavirus, la sfiducia e lo scetticismo nei confronti della scienza non conoscono battute di arresto. Perché, quali sono le ragioni?

Come prima cosa conviene ricordare sempre che il cosiddetto movimento no-vax è anche un’industria che vanta entrate annuali per almeno 36 milioni di dollari e che vale fino a 1,1 miliardi di dollari per le grandi aziende tecnologiche che traggono beneficio dai 62 milioni di follower sulle loro piattaforme. In altri termini, gli anti-vax sono anche un grande business, un affare che purtroppo costa vite umane.

Occorre però distinguere tra la disinformazione e la cattiva informazione ottenuta col raggiro, per quanto entrambe abbiano a che fare con notizie errate o false.

In secondo luogo, siamo nell’era dei social. E se da un lato Internet ha democratizzato l’accesso alle informazioni mediche (secondo stime attendibili, il 70 per cento degli adulti negli Stati Uniti utilizza informazioni sanitarie online, in particolare sui tumori e sulle terapie oncologiche), dall’altro l’uso pervasivo di Internet contribuisce costantemente anche alla disinformazione in ambito sanitario. Occorre però distinguere tra la disinformazione e la cattiva informazione ottenuta col raggiro, per quanto entrambe abbiano a che fare con notizie errate o false. La disinformazione sanitaria consiste nell’affermare quelle che, in base alle evidenze disponibili, possiamo definire “cose non vere”, ma esiste anche una disinformazione frutto di uno sforzo coordinato o deliberato per far circolare consapevolmente informazioni errate al fine di ottenere potere o denaro. Purtroppo, i social media possono fungere da formidabili casse di risonanza per entrambi i tipi di disinformazione, e lo sappiamo da tempo.

Appellarsi ai numeri o ai principi generali? | Questa straordinaria mole di informazione – corretta e successivamente confermata, ritenuta corretta e poi smentita, ritenuta scorretta e rivelatasi fondata, percepita come falsa e confermata tale – è passata rapidamente in rassegna in un piccolo libro scritto in forma di dialogo tra una ragazza e un sessantenne: Sì vax, di Tito Boeri e Antonio Spilimbergo [1]. “Siamo in una situazione in continua evoluzione – hanno spiegato in una conversazione curata da L’Indice dei libri del mese e disponibile in video – in cui stiamo imparando e giorno per giorno ci sono dati di realtà che ci dicono fin d’ora, in modo incontrovertibile, che si corrono meno rischi vaccinandosi”. L’approccio pragmatico – che dovremmo aver imparato – è proprio questo: essere consapevoli della transitorietà delle conoscenze e avere fiducia nel progresso più o meno arrembante della ricerca, abbandonando certezze basate su pregiudizi o “visioni del mondo” precostituite. “Non è un caso – spiega Boeri – che ci siano molti filosofi che hanno il grande vantaggio di non guardare mai ai dati e quindi possono ragionare sulla base di principi generali. (…) L’atteggiamento di chi si appella ai principi generali e ai valori assoluti o anche ai principi costituzionali in questo momento non è di grande aiuto, per quanto possa avere il suo fascino, la sua attrattiva. Purtroppo dobbiamo essere estremamente concreti e tenere presenti i dati che sono rilevanti”.

Una soluzione possibile è dunque procedere con cautela affidandosi ai risultati della ricerca metodologicamente rigorosa e onesta. In qualche modo stupisce, quindi, che l’American society of clinical oncology (Asco), proprio all’indomani della chiusura del suo recente congresso annuale a Chicago, abbia voluto di nuovo proporre soluzioni semplici e questioni complesse. È la sensazione che dà la lettura di un’intervista all’ASCO Post di Kasisomayajula “Vish” Viswanath, professore di Health communication presso la Harvard T.H. Chan School of public health, personaggio influente nello specifico della comunicazione in oncologia. Viswanath fa riferimento, per quanto riguarda l’oncologia, ad un’analisi di 50 articoli tra i più popolari sui social media (Facebook, Reddit, Twitter o Pinterest ) relativi ai quattro tumori più comuni (seno, prostata, colon-retto e polmone) pubblicati tra il gennaio 2018 e il dicembre 2019. Ebbene, circa un terzo degli articoli conteneva informazioni errate e quasi il 77 per cento presentava informazioni dannose che avrebbero potuto causare ritardi nel trattamento, oppure indurre tossicità per le procedure raccomandate o interazioni avverse con gli attuali standard di cura. Il messaggio: dobbiamo continuare a porre la massima attenzione nel cercare sulle piattaforme social informazioni in ambito sanitario, sia che lo si faccia da laici o da pazienti, sia da professionisti della salute, interessati ad aiutare i pazienti a distinguere tra le informazioni credibili sul cancro e quelle errate o addirittura fuorvianti.

Cosa possiamo fare, si chiede Viswanath?

È la soluzione proposta a lasciare perplessi: la chiave starebbe nella credibilità di istituzioni come l’Asco stessa, o dell’American association for cancer research o del National cancer institute, il cui carisma dovrebbe essere la garanzia al pubblico di informazioni accurate e basate sulle evidenze. La verità sarebbe in qualche modo ristabilita se le organizzazioni professionali sanitarie più conosciute facessero fronte comune per contrastare la disinformazione online sviluppando e divulgando linee guida, ad esempio sugli screening per la prevenzione dei tumori o suggerendo altre raccomandazioni sugli standard di cura per altre malattie, sfruttando la loro autorevolezza.

Non è chiaro però il motivo per cui questi documenti istituzionali dovrebbero far breccia nella sfiducia radicata di chi non fa affidamento nella scienza. Lo stesso Viswanath fa notare che gli stessi utenti che tramite WhatsApp ricevono messaggi corretti sugli screening gratuiti cui sottoporsi in un determinato ospedale, ricevono anche messaggi che affermano che il tabacco non causa il cancro.

Bisogna forse sperare in un soprassalto di consapevolezza da parte dei grandi player tecnologici, affinché siano le stesse piattaforme social media a contribuire all’eliminazione della disinformazione, riducendola considerevolmente attraverso gli algoritmi di monitoraggio dei contenuti, in modo che le informazioni inesatte non abbiano più risalto sui loro siti. Non dipende da quale specifico social si adotta: tutti sono potenzialmente utili e tutti possono essere dannosi. In aprile, uno studio della West Virginia university e della George Washington university dimostra come una percentuale considerevole dei video che su TikTok offrono consigli su come gestire l’ipertensione non si basa su evidenze scientifiche. E in effetti uno dei motivi pare dare ragione a Viswanath, se è vero che la maggior parte dei video che parlano di salute su TikTok non è realizzata dalle istituzioni o da professionisti sanitari.

Individuare una via d’uscita non è semplice. Anche perché questi trenta mesi di pandemia hanno confermato che può anche accadere che una cattiva informazione giunga da professionisti sanitari. Serve cautela e capacità autocritica. Scriveva un grande psicoanalista, Donald Winnicott: “Il modo più facile che ha l’individuo per vedere i propri aspetti spiacevoli è quello di vederli negli altri. Il modo più difficile è quello di vedere che tutta l’avidità, l’aggressione e la falsità esistenti nel mondo potrebbero essere connesse con la propria responsabilità, anche se in effetti non lo sono”.

A cura della redazione de ilpunto.it

La foto di Ars Electronica – Robert Bauernhansl è stata scattata all’edizione 2019 del Deep Space LIVE, a Linz, in Austria, dedicata al tema delle fake news e della manipolazione delle immagini.

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