“La giusta distanza dal male”: sopravvivere al pronto soccorso
Tra fragilità, empatia e ironia: Sara Strippoli dialoga con Giorgia Protti, medica e scrittrice
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Tra fragilità, empatia e ironia: Sara Strippoli dialoga con Giorgia Protti, medica e scrittrice
C’è una dottoressa che esce dal pronto soccorso, esausta. Alla fine del turno serale, cammina verso l’auto parcheggiata in una via laterale per evitare i parcheggiatori abusivi, che odia. E poi un’apparizione. Un’allucinazione, forse. Sul cofano della macchina c’è un ragazzo con ali nere sulle scapole. Lucifero. Parte così, e subito cattura, La Giusta distanza dal male, il romanzo d’esordio di Giorgia Protti (edizione Einaudi), medica in un pronto soccorso di Torino. Fra diagnosi e tempo che fugge logorando la vita privata, la protagonista racconta l’inferno del pronto soccorso, luogo simbolo della crisi della sanità pubblica. Come non soccombere senza rinunciare a empatia e contatto con i pazienti? Ne abbiamo parlato con l’autrice.
Momenti drammatici e improvvisa leggerezza, realtà cruda e parentesi oniriche. Dottoressa Protti, la sua metafora del pronto soccorso come un girone dantesco, regala anche sorrisi e ironia. Finché c’è la capacità di sorridere non si cede alla fatica e alla sofferenza?
Credo che come nella vita di tutti i giorni, anche quella professionale, il pronto soccorso regali momenti alterni, di pesantezza e poi di inevitabile e necessaria leggerezza, soprattutto davanti al dolore e anche alla morte. L’ironia è un’arma di sopravvivenza per continuare a vedere la vita, anche laddove si è circondati dal dolore.
Nella sua storia compare e scompare Lucifero, antagonista e confidente. Jeans e t-shirt musicali da fan dei concerti, Led Zeppelin e Ramones, giovane, tentatore. Ho pensato potesse essere l’inconscio che emerge. O, forse, un terapeuta. È un diavolo. Però salvifico. Oppure è un Virgilio che accompagna all’inferno e aiuta a trovare una strada nuova per fronteggiare il male?
È un po’ di tutto questo. Lucifero è, come ha detto bene Tiziano Scarpa, che ha scritto la quarta di copertina del libro, è un diavolo custode, un personaggio con molte sfaccettature caratteriali. Di fatto rimane l’unico che sta vicino alla protagonista, disposto ad ascoltarla quando il resto del mondo si dilegua. Al tempo stesso non perde la sua natura di tentatore. Tra i tanti nomi con cui potevo chiamarlo, Satana, Diavolo o altri, ho scelto proprio Lucifero, perché mi interessava l’etimologia: un “portatore di luce”, di conoscenza. Lucifero è di fatto una personificazione di una parte della psiche della protagonista che la obbliga a confrontarsi con le domande a cui lei non vorrebbe rispondere. Lui, invece, una risposta la pretende.
Il periodo allucinante del covid non ricorre spesso nel suo romanzo ma non poteva non esserci. Anni da dimenticare, si direbbe. È così?
Penso sia stato per molti degli operatori sanitari qualcosa con cui si deve fare ancora i conti. Personalmente faccio fatica a collocare in un ordine di senso compiuto ciò che è successo. Io ero stata assunta da poco in pronto soccorso e questa emergenza mondiale mi è piombata addosso con una forza enorme. La ricordo con una dimensione quasi più onirica che reale. E parlando con i colleghi ho capito che anche per loro è stato così. È come se fosse stata una parentesi di tempo e di spazio isolata rispetto allo scorrere lineare del tempo.
Passando dal sogno alla realtà, il quadro che emerge dal suo romanzo è quello di una sanità in grandissima difficoltà, con indicatori anche comici come il centralino che non passa mai i numeri giusti, o tragici come l’incubo delle barelle che si accumulano, o folli come i turni dello “smonto notte” che mandano a gambe all’aria il ritmo sonno-veglia. La stanchezza cronica che ne deriva rischia di minare la vita personale e infatti il fidanzato della protagonista fa le valigie e se ne va. La sanità pubblica non ce la fa più?
Purtroppo è un fatto che stia vivendo un periodo di profonda crisi e il pronto soccorso si ritrova ad essere l’ultima tassellina del domino. La scarsità di risorse, le lunghe liste d’attesa e la carenza di medici su tutti i livelli territoriali e ospedalieri alla fine portano a molte di quelle patologie che magari non sono urgenti nel momento in cui si richiedono gli accertamenti ma lo diventano perché gli esami e le visite non riescono a essere eseguiti nei tempi giusti. Il pronto si trova così a smaltire non solo le urgenze del momento ma anche tutte quelle non adeguatamente smaltite nei mesi precedenti. Servono assunzioni, non parlo solo di medici ma di tutto il personale ed è indispensabile rendere più appetibile questo lavoro provando a garantire una qualità di vita migliore, sia lavorativa sia extra-lavorativa. Gli stipendi contano ma nessuno dei miei colleghi è interessato a migliorare la propria qualità di vita solo guadagnando di più, ma di sicuro vorrebbe vivere meglio, sul lavoro e fuori. Penso poi che puntare sulla retorica della vocazione non paghi. Viviamo in un momento storico in cui alla vocazione si associano almeno due significati: quello sacrosanto di passione per il lavoro che si fa, ma anche di martirio, un sacrificio dovuto. Trovo sia pericoloso quando questi due termini vengono accostasti in maniera così scontata: fare del sacrificio un atto dovuto non rende giustizia a chi lo fa tutti i giorni.
La protagonista del suo romanzo scenderebbe in piazza per protestare per la tutela del diritto a una sanità pubblica efficiente?
Certo che sì.
Qual è il profilo del professionista di pronto soccorso ideale? Chi, freddo ed efficiente, ha saputo prendere le distanze dal male, o piuttosto chi ha dubbi ed è capace di empatia come la protagonista del suo romanzo?
Quello efficiente ed empatico.
Empatia e immedesimazione, il confine è labile. Quando arriva il momento di respingere il senso di coinvolgimento per il dolore di fronte a malattie importanti e alla morte?
Questo è esattamente il succo del romanzo, la giusta distanza di cui parla il titolo del libro. Quel confine sottile tra empatia e immedesimazione è difficilissimo da individuare. Ogni giorno provo a delineare con più precisione il limite tra una cura empatica, necessaria, e una immedesimazione troppo stretta. Ammetto che mentirei se dicessi che ho trovato una soluzione. Non ce l’ho.
Cresce il numero dei medici di pronto soccorso che getta la spugna e se ne va. E fra le specializzazioni scelte dai laureati la medicina d’urgenza è al fondo della classifica, si prediligono specialità dove ci sono chance di spostarsi nel privato. Una scelta egoistica?
Il pronto soccorso è un posto che dà tantissimo sia in termini di formazione professionale sia di arricchimento umano, e altrettanto toglie . Penso che la stragrande maggioranza dei medici che lasciano il pronto soccorso non lo facciano per guadagnare di più ma per esaurimento. La bilancia tra la soddisfazione personale, l’arricchimento, e il senso di perdita in termini di tempo e di qualità di vita comincia a pendere sempre più spesso dalla parte negativa. Sono convinta che la fuga sia l’ultima spiaggia e non la via verso un miglioramento egoistico della propria condizione.
Il suo è il libro di una scrittrice, non solo il racconto dell’esperienza estraniante in prima fila ma un romanzo iperrealista, complesso, catartico. La sua passione per la scrittura è evidente. Il suo futuro è in ospedale o nel mondo della letteratura?
Questa è una domanda che mi sto ponendo. In questo momento sono presenti in me entrambe le passioni. Idealmente, mi piacerebbe farle scorrere in parallelo, senza che necessariamente questo voglia dire scrivere soltanto di medicina.
Quanto la scrittura del libro ha sottratto alla sua vita privata, visto che la vita usurante del pronto soccorso, straordinari inclusi, è così totalizzante?
Di sicuro è stato un grande sacrificio ricavare il tempo della scrittura ma dentro di me ne sentivo l’urgenza. Ogni ora del mio tempo libero era dedicata alla scrittura: prima del turno, dopo il turno, di notte, nei giorni liberi. La vita personale è certamente stata sacrificata e anche nel romanzo è presente questo senso di solitudine.
In pronto soccorso il lavoro di gruppo è cosa rara, lei racconta che lo si trova soltanto nell’Obi, lo spazio per l’osservazione breve intensiva, il luogo per chi è in attesa di una diagnosi, o di un letto in reparto, quel boarding che il sistema sanitario non riesce a eliminare.
Esatto. Nell’Obi si può sperare in qualche forma di lavoro di gruppo. Il paradosso è che la solitudine continua spesso anche fuori dal turno di lavoro, per l’incomprensione che spesso c’è da parte di chi non sa e non può sapere cosa significa questo lavoro.
Cosa pensa dell’utilizzo massiccio di gettonisti? Al di là di ogni altra considerazione etica visto i compensi che ricevono, riescono ad inserirsi in un sistema che richiederebbe un’organizzazione impeccabile?
È’ un tema importante perché questi colleghi sono molto utili, rimedio inevitabile per la scarsità di professionisti a tempo indeterminato. Sul loro inserimento vanno fatti dei distinguo, credo non si possa generalizzare. È chiaro che in un mondo ideale la figura del gettonista non dovrebbe esistere perché al loro posto ci sarebbero medici assunti regolarmente.
C’è Lucifero, nella dimensione surreale, e c’è Giselda, una presenza reale e familiare, alcolista, una di quelle figure che dal pronto entrano ed escono. Cosa rappresenta Giselda?
Il pericolo dello stereotipo, la facilità con cui gli operatori sanitari vedono in quella persona una situazione che è nata così, ecosì è sempre stata e sempre sarà. E non fanno il passo indietro di chiedersi che cosa l’ha provocata, cosa ha reso un essere umano un alcolista, una persona che si prende così poco cura di sé da fare 125 passaggi in pronto soccorso per lo stesso motivo, l’abuso etilico. Giselda ci ricorda che anche coloro che parrebbero non possedere più un’ anima in realtà ce l’hanno se guardati da un punto di vista diverso, da un’angolatura che forse richiede più fatica, più dolore, più immedesimazione, ma che è anche più vero. E uscire dallo stereotipo vuole anche dire cercare una possibilità di cambiamento.
Anima e corpo. I medici hanno tempo e voglia di occuparsi anche dei mali dell’anima, a volte origine di quelli del corpo?
Il termine anima può sembrare improprio all’interno di una terminologia scientifica. Ma se con anima intendiamo l’essere umano, il carattere, la personalità, l’ insieme di tutte quelle caratteristiche, credo che l’anima e il corpo siano la stessa cosa, nel senso che curare il corpo non può prescindere da una qualche cura dell’anima. Per questo nella cura il tempo del contatto umano e delle spiegazioni è fondamentale, ma per garantirlo servono le risorse. Invece il tempo manca quasi sempre e di qui spesso nascono i diverbi, le reazioni violente, le incomprensioni.
Poi ci sono quelli che arrivano perché sperano in qualche giorno di mutua e così il tempo scorre a cercare una diagnosi per un male che non esiste.
Capita anche questo, certo, e purtroppo fa parte della commedia umana, ma anche del grande calderone che il pronto soccorso finisce per rappresentare e che accoglie tutti: “malati” perché poveri, soli o depressi e che la società dovrebbe saper “curare” altrove”.
Sara Strippoli
Giornalista
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