Sarah Kofman si tolse la vita trent’anni fa, il 15 ottobre 1994, nel 150esimo anniversario della nascita di Nietzsche. La studiosa francese intendeva forse confermare così, attraverso questo inquietante estremo dono di sé, la sua vicinanza e insieme la sua più totale lontananza da un autore di cui dichiarava peraltro di essere follemente innamorata.
Ma al di là della contingenza della data, ricordarla su queste pagine ha senso, se solo si rilegge quanto scrisse in occasione della sua morte Jacques Derrida [1]. Nell’ambito di una più generale riconsiderazione dell’opera della sua allieva, dedicata principalmente a Sigmund Freud e a Friedrich Nietzsche, Derrida sceglie di soffermarsi su uno scritto che, pur concentrandosi su un’immagine di morte, apre alla vita. Si riferisce al saggio “La mort conjurée: Remarque sur La leçon d’anatomie du docteur Nicolaes Tulp”, ispirato dalla famosissima tela del 1632 di Rembrandt van Rijn.
Tutti ricordano la composizione del quadro, con il dottor Tulp sulla destra di chi guarda, accanto e di fronte ai suoi sette allievi, quasi incombente sul cadavere con un braccio già dissezionato, del quale il docente mostra l’interno. Il cadavere esangue oggetto della lezione è di un detenuto impiccato, il cui colore pallido tradisce che da tempo il patibolo lo ha consegnato alla morte. Ai piedi del corpo, però, è squadernato un grande libro. Ed ecco l’annotazione preziosa di Kofman via Derrida: l’immagine di morte del corps (per dirla all’inglese) è in qualche modo spiazzata e come rimpiazzata dal gran libro aperto davanti al cadavere: «Il libro aperto organizza, ha una missione organizzatrice, è un organo staccato dal corpo. Quel quasi-organo staccato del corpo, quel corpus, organizza, a sua volta, lo spazio […]; irradia, ma anche capitalizza e capta tutte le forze del quadro».
E in effetti il libro spalancato attira gli sguardi di tutti i discepoli di Tulp, il quale invece non è altri dal libro-scienza, e può permettersi di guardare oltre, fissando un punto imprecisato oltre le teste dei suoi allievi. In un certo senso, «quel libro tiene testa al corpo e ne prende il posto: corps sostituito da corpus», al punto che gli astanti non hanno occhi che per quel testo, come si sforzassero di leggere pur da lontano, decifrando i segni di quel sudario di carta. Il quale però, nota Kofman, svolge anche un’altra funzione: distogliendo lo sguardo dal cadavere, sia pure in nome della vita, respinge, scongiura, rimuove la morte e l’angoscia di fronte alla morte. Anche se, fa presente la filosofa, in quella rimozione è in atto anche un’affermazione dissimulata della vita, un incontenibile moto di sopravvivenza. Si muove dal morto per vincere la morte, affermando una presa sulla verità della vita, «una scienza della vita e del suo potere».
Forse è questa l’operazione della modernità: nel quadro di Rembrandt il libro di scienza prende il posto del Libro, della Bibbia.
È come se corpus letterario e corps si scambiassero di posto. Di modo che gli allievi davanti «non hanno un soggetto, ma un oggetto, un puro strumento tecnico che uno di essi manipola per aver presa sulla verità della vita [corsivi di Derrida]. Il morto (e l’apertura del corpo), sono visti solamente come qualcosa che apre sulla vita di cui essi detengono il segreto. Il fascino è spostato, e con questo spostamento l’angoscia rimossa, si rende tollerabile l’intollerabile, dalla vista del cadavere a quella del grande libro aperto ai piedi del cadavere che potrebbe servirgli da leggio […]. È il libro (e l’apertura che dà sulla scienza della vita e sul suo dominio) che attira gli sguardi, molto più perfino della punta del bisturi che ha cominciato a incidere la pelle del corpo là disteso». I medici dunque, tutti presi come sono dal libro, sono ormai indifferenti al morto, spento ogni sentimento nei riguardi di quella persona che era stata piena di vita, aveva un nome, era un uomo proprio come loro e che adesso la fascinazione per la scienza respinge nell’anonimato. Come se non tanto la morte, ma la sua osservazione, dissociasse il nome dal vivo, strappando il nome dal corpo.
Forse è questa l’operazione della modernità: nel quadro di Rembrandt il libro di scienza prende il posto del Libro, della Bibbia. A una verità antica se ne sostituisce così un’altra che non è più solo libresca, dal momento che – nota Derrida – trova la sua controprova sperimentale nella dissezione del cadavere. Il Seicento fiammingo ha del tutto introiettato, diremmo, la lezione neo-testamentaria, per cui Tommaso ha messo la mano nel costato del Cristo risorto. Per cui, lasciando di nuovo la parola a Kofman, «la lezione di questa Lezione d’anatomia non è quindi quella di un memento mori; non è quella di un trionfo della morte, ma di un trionfo sulla morte; e questo non per la vita di un’illusione, ma per quella dello speculativo che gioca anch’esso un ruolo di occultamento».
Insomma, l’arte (moderna) come la speculazione e la scienza servono anche la causa della sublimazione, servono a scongiurare la morte. Ma – lasciando l’ultima parola al commento di Derrida – «questo no alla morte s/congiurata non si enuncia in nome della morte, ma parla ancora in nome della vita, dell’opera d’arte e del libro della vita. Si iscrive nel libro della vita, nel libro dei vivi, laddove questo smentisce, in nome della vita che tuttavia sa, noi lo diciamo, che il nome della vita non è la vita. Sì, ma non senza illusione».
Chi ha letto Derrida, anch’egli scomparso in questi giorni ormai vent’anni fa, sa infatti che il nome vero della nostra avventura nell’esistenza è “la vita la morte” (la vie la mort), come consigliava di scriverlo, senza segni d’interpunzione [2]. Una vita che non è alternativa alla morte, ma che pur nell’assoluta diversità la contempla e la implica.
Luciano De Fiore Il Pensiero Scientifico Editore
Bibliografia
Derrida J, Sarah Kofman, in Id., Ogni volta unica, la fine del mondo. Jaca Book: Milano 2005, pp. 183-205.
Derrida J, La vie la mort: Séminaire (1975-1976), trad. it. La vita la morte. Seminario (1975-1976), Jaca Book: Milano 2021.
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