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Anni fa la mia amica Julie e io abbiamo fatto un viaggio con la mia macchina per raggiungere il Maine. Avevo guidato per la maggior parte del tragitto ma, dopo essersi fermati a mangiare in un ristorante di pesce, si è offerta di guidare così che potessi godermi un’altra birra. Ho accettato con gratitudine ma, non appena ho visto come sfrecciava in quarta per le stradine di campagna, mi sono pentita della mia decisione. Quando non sono più riuscita a resistere, ho insistito arrabbiata perché rallentasse. Naturalmente, appena l’ha fatto, mi sono sentita in colpa e le ho chiesto scusa. Julie ha riflettuto sull’accaduto e poi mi ha detto: “Mi ha sorpreso vederti così arrabbiata. Poi però ho pensato a come mi sentirei io se si trattasse di mio marito che guida la mia macchina e ho capito esattamente come ti sei sentita”.

Julie è stata in grado di adottare il mio punto di vista, nel senso che con empatia si è messa nei miei panni. Per un solo importantissimo istante ha vissuto la mia realtà e ha guardato il mondo con i miei occhi. Grazie a questa abilità, Julie è stata in grado di comprendere e perdonare la mia trasformazione in una passeggera arrabbiata.

Non molto tempo fa scrittori e accademici applaudivano tali dimostrazioni di empatia. Libri come La Civiltà dell’Empatia (2009) di Jeremy Rifkin, Empatia e Sviluppo Morale (2000) di Martin Hoffman e L’Età dell’Empatia: Lezioni dalla natura per una Società più solidale (2009) di Frans de Waal erano al centro delle nostre librerie e della nostra attenzione. Ma di questi tempi l’empatia ha perso presa e i suoi detrattori si susseguono uno dopo l’altro per rivelarne le terribili mancanze. Non solo il suo ruolo rispetto a un tempo è divenuto meno cruciale per lo sviluppo morale, sostiene il filosofo Jesse Prinz, ma ci limita, crea dei bias e focalizza la nostra attenzione sui pochi piuttosto che sui molti. Secondo lo psicologo Paul Bloom, fa più male che bene dal punto di vista della moralità, come scrive in Contro l’empatia: una difesa della razionalità (2016), mentre Fritz Breithaupt dichiara in The Dark Sides of Empathy (I lati oscuri dell’empatia, 2019) che potrebbe addirittura incentivare la violenza. Nell’ambito politico, l’ex Senatore Repubblicano Jeff Sessions protesta per via della nomina di Sonia Sotomayor, supportata dall’allora presidente Barack Obama proprio per la sua empatia, sulla base del fatto che “mostrare empatia con un partito significa sempre avere dei pregiudizi nei confronti di un altro”.

I Conservatori non sono gli unici a prendere di mira l’empatia. Tra i suoi più duri critici vi sono degli accademici liberali tesserati, come Prinz e Bloom. Le loro posizioni sembrano essere fondate sulla convinzione che, nella sfera morale, dobbiamo seguire dei ragionamenti obiettivi e imparziali. L’empatia, a loro avviso, potrebbe tornar utile nella sfera privata, in cui può fortificare le amicizie o aiutarci ad accettare i difetti del nostro compagno, ma non trova spazio nella vita pubblica.

I nostri sensi organizzano il nostro ambiente per noi in base a quel che ci serve per sopravvivere e crescere al suo interno.

Il problema di queste criticità è che ignorano il modo in cui funziona la mente umana. Si basano sulla premessa non detta che quando non vi è in gioco l’empatia, pensiamo a noi stessi, agli altri e al mondo che ci circonda in modo obiettivo e imparziale. Ma è una convinzione che non potrebbe essere più lontana dalla verità. Siamo degli animali umani fragili e limitati che s’interfacciano con un mondo complesso e dalle mille sfaccettature. Questo semplice fatto suggerisce che la nostra concezione pre-riflessiva della realtà non rifletta – per quanto possa farlo in modo sbagliato o meno – una qualche verità obiettiva, ma piuttosto un’immagine composita che si basa su ciò che i nostri interessi ci motivano a percepire. I nostri sensi organizzano il nostro ambiente per noi in base a quel che ci serve per sopravvivere e crescere al suo interno.

In altre parole, scontiamo già comunque dei pregiudizi. E poiché l’empatia ci obbliga ad adottare, per quanto distorta, un’altra prospettiva sulla realtà, questo finisce per renderci più obiettivi e non meno. Come scrive Friedrich Nietzsche, esiste “solo un ‘conoscere’ prospettico; e quanti più affetti lasciamo parlare sopra una determinata cosa, quanti più occhi, differenti occhi, sappiamo impegnare per osservare una cosa, tanto più completo sarà il nostro ‘concetto’ di essa, la nostra ‘obiettività’”.

Il nostro modo principale di esistere nel mondo, afferma Martin Heidegger, è da attori al suo interno e da utenti che ne fanno uso.


L’idea secondo la quale la nostra comprensione del mondo è modulata dal nostro essere umani risale almeno alla Critica della ragione pura (1781) di Immanuel Kant. Nella quale il filosofo sostiene che possiamo comprendere il mondo nei limiti entro i quali le nostre menti riescono a concepirlo e a imporre un certo ordine su quello che definisce “la molteplicità dell’intuizione pura”. È per necessità che viviamo il mondo attraverso il tempo e lo spazio, anche se non vi sono motivi validi per pensare che queste strutture esistano al di fuori della nostra mente. Ciò che diamo per scontato come parte del tessuto strutturale del mondo, come gli oggetti e la causalità, in realtà è il modo in cui la nostra mente organizza il flusso di informazioni che ci arriva attraverso i nostri sensi.

Seguendo l’idea di Kant, ma rifiutando il suo bagaglio metafisico, Edmund Husserl spinse i filosofi a rinunciare a capire come possiamo comprendere il mondo in quanto tale. Piuttosto, dovremmo invece concentrarci sul mondo vissuto e i suoi fenomeni. Uno studente di Husserl, Martin Heidegger, ha avanzato un’ipotesi simile, ma anziché focalizzarsi sulla percezione e sulla comprensione, si è concentrato sul ruolo dell’azione. Il nostro modo principale di esistere nel mondo, afferma, è da attori al suo interno e da utenti che ne fanno uso. La riflessione è un aspetto secondario. Non siamo per prima cosa pensatori e poi individui che compiono azioni, come una rapida lettura della filosofia occidentale potrebbe portarci a supporre. È esattamente il contrario. La percezione delle cose come se fossero “a portata di mano” – cose da utilizzare in un modo o nell’altro – costituisce una parte centrale della visione filosofica di Heidegger rispetto all’esperienza umana. Concepiamo le porte come un qualcosa attraverso cui spostarci, vediamo le pietre come oggetti da tirare e i cavalli come cavalcabili. Questo modo di percepire gli oggetti del mondo potrebbe non corrispondere alla loro natura intrinseca, ma ha a che vedere con il modo in cui li possiamo utilizzare.

Nonostante Heidegger avesse compreso l’importanza dell’azione per la nostra comprensione, è stato solo grazie a Maurice Merleau-Ponty che viene messa in luce la reale importanza del corpo. Il mondo, dichiara, è uno spazio pieno di opportunità che dipendono in parte dalla nostra capacità di muoverci. La nostra abilità di muovere i nostri corpi crea nuovi modi di interagire e quindi di percepire ciò che ci circonda. Quel che organizza le nostre esperienze è la nostra “prontezza” all’incontro e all’interazione con gli oggetti, con le persone e con l’ambiente, più che i nostri concetti e le nostre idee. La nostra consapevolezza è caratterizzata maggiormente da un “Io posso fare” che da un “Io penso”.

Questo allontanamento radicale dalle tradizionali chiavi di lettura dei meccanismi della mente ha recentemente preso piede negli studi che riguardano questo argomento, ricadendo sotto l’espressione di “embodied cognition” (esperienzalismo cognitivo o letteralmente cognizione incarnata) e “cognizione 4E” (abbreviazione che riconduce all’idea secondo la quale il pensiero è embodied, embedded, enacted, and extended – incarnato, integrato, attuato ed esteso).

Se è vero che percepiamo sempre il mondo in relazione a noi stessi, allora considerare prospettive diverse diventa essenziale per comprendere il mondo, noi stessi e gli altri.

L’attenzione sul corpo e sulle possibilità di compiere azioni con esso è accompagnata dalla realizzazione che rappresentiamo il mondo in modo arbitrario. Ad esempio, per afferrare una tazza devo capire dove si trova rispetto a me e quanto larga e salda dev’essere la mia presa in modo da poterla spostare senza farla cadere. Come sono in grado di farlo? Ebbene, quel che vedo è organizzato in modo tale da rendere possibile o facilitare le mie azioni al riguardo. Questo corrisponde a un vedere in prospettiva. Se è vero che percepiamo sempre il mondo in relazione a noi stessi, allora considerare prospettive diverse diventa essenziale per comprendere il mondo, noi stessi e gli altri.


Le speculazioni filosofiche possono arrivare solo fino a un certo punto. Fortuna vuole che vi sia tutta una serie di risultati in psicologia che supporta questa teoria sull’importanza della prospettiva. Uno studio condotto dallo scienziato cognitivo e psicologo Bertram Malle e dai suoi collaboratori ha rilevato che, quando pensiamo a noi stessi, quel che cattura maggiormente la nostra attenzione sono le nostre esperienze e sensazioni. Quando invece pensiamo ad altre persone, tendiamo a concentrarci sulle loro intenzioni. Nonostante siamo dolorosamente coscienti del fatto che gli altri hanno le proprie convinzioni, spesso piuttosto strane o illusorie tra l’altro, non pensiamo molto alle nostre o almeno non le pensiamo come convinzioni. Agiamo invece illudendoci di vivere il mondo così com’è. Analogamente, Corey Cusimano e Geoffrey Goodwin hanno scoperto che tendiamo a pensare che gli altri possano cambiare le proprie convinzioni se ci provano, ma, dacché riteniamo che le nostre opinioni si basano su evidenze solide, per noi è molto più difficile fare la stessa cosa.

Tali cosiddette asimmetrie attore o agente-osservatore si riscontrano in tutta la psicologia sociale. Quando pensiamo alle nostre necessità, i nostri bisogni fisici (sostentamento, rifugio e sicurezza) appaiono tanto importanti quanto quelli psicologici (la stimolazione, il rispetto per gli altri, l’abilità di prendere le proprie decisioni). Tuttavia, come rivelano Juliana Schroeder e Nicholas Epley, quando pensiamo agli altri, diamo più rilevanza ai loro bisogni fisici, specialmente per quanto riguarda le persone in difficoltà. Allo stesso modo, quando pensiamo a ciò che ci motiva, pensiamo alle nostre ambizioni e ai nostri principi e ideali; eppure tendiamo a credere che gli altri siano più motivati da ricompense esterne quali il denaro, il prestigio o la reputazione. Quando pensiamo alle nostre azioni, ci focalizziamo su come le abbiamo compiute e se hanno prodotto i risultati sperati; ma se pensiamo alle azioni degli altri, lo facciamo in termini di conseguenze interpersonali e morali.

Queste asimmetrie sono forse dei semplici bias che derivano dal nostro radicato egocentrismo? Forse sì, ma un’interpretazione più semplice e più fine è che siano il risultato di ciò che viviamo e percepiamo nell’immediato. Abbiamo accesso agli altri solamente attraverso ciò che esprimono con i loro corpi, mentre i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre sensazionisemplicemente ci sono. Sappiamo che gli altri, proprio come noi, hanno una ricca vita interiore, ma la nostra esperienza immediata si riconduce all’espressione dei loro corpi.

Le asimmetrie appaiono anche nel modo in cui ricordiamo visivamente le nostre esperienze passate. Un nuovo studio di ricerca condotto da Georgia Nigro e Ulric Neisser mostra che, anche se solitamente cerchiamo di ricordare un evento visualizzandolo dall’interno della scena per rievocare più o meno come lo abbiamo vissuto, a volte ricordiamo di vedere noi stessi. Ad esempio è normale che le persone ricordino una nuotata vedendo la scena da un punto al di sopra di loro stessi. Perché avvenga così è un po’ un mistero. Lisa Libby e le sue colleghe hanno trovato un indizio al riguardo quando hanno scoperto che adottare una prospettiva diversa per pensare a noi stessi ci permette di rappresentare diversi aspetti di una situazione. Nei nostri ricordi creiamo una rappresentazione di noi stessi; ci concentriamo su elementi del contesto, come la maggiore importanza di azioni ed eventi, il setting più grande e come noi e le nostre azioni appaiono agli altri. Quando invece ricordiamo un evento dal punto di vista dal quale lo abbiamo vissuto, i dettagli dell’ambiente percepito nell’immediato sono rappresentati in modo chiaro, come anche le nostre reazioni corporee e le nostre sensazioni e il dove e il quando dell’evento.

Le vittime reputano le intenzioni dei responsabili incomprensibili. I “malfattori” d’altro canto tendono invece a pensare che la vittima abbia contribuito a provocare l’atto.

Molti di noi hanno molta familiarità con le asimmetrie che possono emergere durante le liti tra sposi o amici. Nei conflitti interpersonali è facile identificare marcate differenze rispetto al modo in cui una situazione è interpretata. Lo psicologo sociale Roy Baumeister ha verificato (un risultato forse prevedibile) che, quando si tratta di malefatte ordinarie come per esempio non mantenere delle promesse o svelare dei segreti, i responsabili minimizzano l’importanza di quel che hanno fatto mentre le vittime la massimizzano. Ma una differenza più sorprendente è che le vittime reputano le intenzioni dei responsabili incomprensibili, descrivendole come “incoerenti, contraddittorie, arbitrarie o senza senso”. I “malfattori” d’altro canto tendono invece a pensare che la vittima abbia contribuito a provocare l’atto, che questo sia giustificato dalle circostanze o che semplicemente non si potesse fare altrimenti. Un’altra questione sorprendente è che gli autori di malefatte ordinarie sostengono che le loro azioni non portano a delle conseguenze davvero serie, il che è smentito dal fatto che le vittime di tali malefatte continuino a provare rabbia o a sentirsi parte lesa.

Ricerche di psicologia mostrano che il modo in cui pensiamo alle attitudini e alle azioni degli altri è diverso dal modo in cui pensiamo alle nostre e le teorie filosofiche ne spiegano la ragione. In parole semplici, quel che comprendiamo deriva dal motivo e dal modo in cui cerchiamo di comprenderlo; capiamo la realtà in relazione alla nostra fisicità, alla nostra abilità di agire, al nostro ambiente e ai nostri bisogni e interessi.

Per comprendere meglio come funziona tutto questo, torniamo alla storia della mia amica Julie. Adottando il mio punto di vista, non ha semplicemente immaginato come lei si sentirebbe nella mia situazione per poi supporre che io mi sia sentita così. Se avesse fatto così, avrebbe immaginato sé stessa come passeggero nella mia macchina; sarebbe stato interessante ma non l’avrebbe aiutata a comprendere me. Quel che ha fatto invece è stato immaginare una situazione in cui lei è la protagonista; ha pensato a suo marito che guidava la sua macchina. Non si trattava quindi della mia situazione, ma replicava due relazioni centrali per quel contesto: la mia relazione con lei e quella con la mia macchina. In questo modo è riuscita a comprendere l’importanza che io do al modo in cui guida la mia macchina.

Quel che Julie è riuscita a comprendere, consciamente o inconsciamente, è che per poter capire perché mi sono arrabbiata deve pensare a quel che sta succedendo come se fosse coinvolta dalla situazione nello stesso modo in cui lo sono io. Perché questo? Perché il nostro modo principale di concepire il mondo è in relazione a noi stessi e quel che sta cercando di comprendere è proprio quel che importa a me. Per via delle nostre similarità – ad esempio possediamo entrambe una macchina, usiamo le marce e lasciamo che altre persone guidino le nostre auto – Julie è in grado di comprendere la chiave di lettura individuale della mia prospettiva in quella situazione. 


Nello scritto L’essere e il nulla (1943), Jean-Paul Sartre ci chiede di immaginare di sbirciare dal buco della serratura e origliare da una porta. Magari siamo un compagno geloso, oppure siamo semplicemente curiosi di scoprire quel che succede dall’altra parte della porta. Mentre siamo lì accovacciati, siamo totalmente concentrati per cercare di capire quel che avviene nella stanza. Per quanto ci riguarda, stiamo semplicemente raccogliendo informazioni utili. Poi però sentiamo un rumore dal corridoio. Sta arrivando qualcuno! In quel momento realizziamo che stiamo spiando: realizziamo che siamo un po’ dei guardoni.

Sartre direbbe che questa realizzazione è il risultato del farsi strada di un’altra consapevolezza. Direi piuttosto che il cambiamento deriva dal fatto che prendiamo in considerazione come potremmo apparire dal punto di vista di una persona che arriva in corridoio, il che ci distoglie dal modo assorto e non riflessivo in cui consideriamo le nostre azioni. Riflettiamo su noi stessi guardandoci con gli occhi degli altri e realizziamo quindi in modo più completo ciò che stiamo facendo. Adottiamo un’altra prospettiva su noi stessi oppure, più precisamente, ci guardiamo nel modo in cui noi guarderemmo un’altra persona che fa quel che stiamo facendo. Invertiamo quindi le asimmetrie agente-osservatore che ho appena descritto.

Non possiamo decidere da soli quel che stiamo facendo; invece è il modo in cui gli altri vedono noi che ci guida a comprendere la realtà della situazione. Il punto di vista dell’altro ha forte rilevanza.

Solitamente si pensa che mettersi nei panni degli altri serva ad aumentare la nostra comprensione delle altre persone, ma può anche aiutarci a comprendere noi stessi. Ci sono almeno due parti in qualsiasi azione: una realtà interna alla persona che compie l’azione e una esterna che corrisponde agli individui impattati dall’azione. Tendiamo a pensare alle nostre azioni da una prospettiva interna che si basa su ciò che vogliamo ottenere attraverso il loro compimento. Nell’esempio di Sartre sto raccogliendo informazioni importanti su quello che sta facendo il mio compagno. Ma questa azione corrisponde anche a sbirciare o spiare, checché io la veda in questo modo o meno, ed è probabile che l’altra persona lo percepisca in questi termini. Quel che Sartre intende dire è che non possiamo decidere da soli quel che stiamo facendo; invece è il modo in cui gli altri vedono noi che ci guida a comprendere la realtà della situazione. Il punto di vista dell’altro ha forte rilevanza. Non è un qualcosa che possiamo semplicemente ignorare (anche se in alcune circostanze dobbiamo sicuramente farlo). Ecco un altro motivo per cui l’empatia è così importante: otteniamo una visuale più chiara e articolata non solo degli altri, ma anche di noi stessi.

A livello teorico sembra facile concordare col fatto che sia meglio avere molteplici prospettive piuttosto che una sola. Ma questo come si declina nella sfera pubblica? Hanno forse ragione i critici a ritenere che l’empatia ci permetta solo di comprendere noi stessi e qualche altro individuo un po’ meglio? 

La contestazione di Sessions, secondo cui l’empatia corrisponde sempre a un pregiudizio verso l’altro, rivela due problematiche inerenti alle attuali critiche dell’empatia. Per prima cosa, se stiamo esaminando le domande di due individui in un contesto giuridico, nulla ci obbliga a empatizzare solo con uno dei due. Siamo certamente in grado di adottare la prospettiva di entrambi, anche se non necessariamente nello stesso istante, ma uno dopo l’altro. In secondo luogo, la cultura giuridica soffre a causa della teoria piuttosto dubbia secondo cui l’assenza di empatia rende i giudici più imparziali e obiettivi. Eppure i fatti dimostrano chiaramente che i maschi di razza bianca vengono giudicati più benevolmente dal sistema giuridico rispetto alle donne o alle persone di colore. È improbabile che questa sia una coincidenza. I giudici, la maggior parte dei quali continua a essere costituita da maschi bianchi caucasici, hanno già dei pregiudizi sull’esperienza del mondo vissuta dal punto di vista di maschi bianchi.

La realtà è che il nostro sistema di leggi e di etica riflette il punto di vista di una minoranza della popolazione che detiene storicamente il potere.

Spesso i giudici insistono sul fatto che il loro ruolo consiste semplicemente nell’applicare la legge ai fatti, come se questi ultimi fossero lì a disposizione. Ma gran parte del diritto ha a che fare con l’intenzionalità. Se esistono fatti su una cosa del genere, allora si tratta di una tipologia di evidenze diversa che inoltre devono essere dedotte. Se non si adotta la prospettiva altrui, emergono solo certi aspetti riguardanti le azioni di un individuo e il modo in cui i giudici le percepiscono riflette, in parte, le credenze dei giudici stessi. Per controbilanciare tale imbarazzante e inevitabile realtà un giudice dovrebbe pensare all’imputato in modalità nuove e riconsiderare i propri modi pre-riflessivi di pensare al caso. L’adozione della prospettiva altrui, se compiuta in modo corretto, lo aiuta a fare proprio questo. 

Una delle mie vignette preferite del New Yorker mostra una donna che chiede a un libraio: “Avete qualche libro che rifletta l’esperienza del maschio bianco?”. Fa ridere, ovviamente solo perché la maggior parte dei libri di qualsiasi negozio corrisponde a quella descrizione. La realtà è che il nostro sistema di leggi e di etica riflette il punto di vista di una minoranza della popolazione che detiene storicamente il potere. Insistere sull’imparzialità di questa prospettiva è semplicemente un altro modo di aggrapparsi a quel potere.

Per adottare la prospettiva di persone o animali molto diversi da noi, dovremmo invece imparare ad ascoltare quel che hanno da dire, ponendoci all’ascolto dal loro punto di vista e non dal nostro.

I fatti riguardanti ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo, non derivano né dal potere né da realtà inalterabili che fanno parte della struttura dell’universo. Si tratta piuttosto di realtà che emergono a causa di creature senzienti e coscienti che abitano insieme e condividono delle risorse. Per questa ragione è davvero essenziale prendere in considerazione i punti di vista delle diverse persone – e creature –coinvolte nell’ordine sociale, legale e morale. Questo potrebbe non essere possibile con un mero atto d’immaginazione, come quello compiuto da Julie di ritorno dal ristorante di pesce. In quel caso è stato essenziale il fatto di vivere la situazione direttamente e di essere molto simili. Per adottare invece la prospettiva di persone o animali molto diversi da noi, dovremmo imparare ad ascoltare quel che hanno da dire, ponendoci all’ascolto dal loro punto di vista e non dal nostro.

Heidi Maibom è professoressa di Filosofia all’Università di Cincinnati e professoressa emerita di Filosofia all’ILCLI, Università dei Paesi Baschi. Ha lavorato alla redazione di The Routledge Handbook of Philosophy of Empathy (Manuale Routledge sulla Filosofia dell’Empatia) (2017) ed è autrice di The Space Between (Lo Spazio in Mezzo) (in arrivo il prossimo ottobre 2022).


Testo originale pubblicato sulla rivista Aeon con il titolo “Through the eyes of another” (12 luglio 2022).


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