Trump e diritti negati, diagonalism e peer review
Dalla pagine del BMJ, del Lancet, di Nature e del Center for Global Development
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Dalla pagine del BMJ, del Lancet, di Nature e del Center for Global Development
1. Trump e il non diritto all’aborto. “Con l’elezione di Donald Trump alla presidenza, il nostro lavoro in ostetricia e ginecologia diventerà più difficile e vedremo le nostre pazienti soffrire”: con queste parole Maryl Sackeim, ostetrica e ginecologa, conclude la sua “Opinion” sul BMJ. Durante la campagna elettorale Donald Trump aveva fermamente ribadito la sua posizione contro il sostegno federale all’aborto, in contrasto con Kamala Harris che invece aveva sostenuto l’introduzione di una legge unitaria. Spetterà quindi ai singoli Stati decidere sull’aborto, con dieci di essi che hanno già adottato leggi restrittive in materia. Sackeim esprime preoccupazioni per gli effetti di queste leggi, che non solo limitano l’accesso all’aborto, ma compromettono anche la capacità dei medici di fornire un’assistenza sanitaria adeguata alle donne incinte, soprattutto in caso di complicazioni gravi. In molti Stati con leggi restrittive sull’aborto, le donne non possono ricevere il trattamento necessario per salvare la propria vita o quella del feto in caso di gravidanze ad alto rischio. Le procedure come la dilatazione e l’evacuazione (D&E), fondamentali per salvare la vita della madre in caso di gravi complicazioni, sono vietate o severamente limitate in molti Stati. In alcuni Stati, persino nel primo trimestre, i medici devono aspettare che i comitati etici o gli avvocati ospedalieri decidano quando una paziente è “abbastanza malata” per poter intervenire. Sempre più medici lasciano gli Stati con leggi restrittive per trovare lavoro altrove, limitando ulteriormente l’accesso alle cure. Inoltre, molti medici in formazione non sono in grado di acquisire le competenze necessarie per affrontare situazioni ad alto rischio a causa delle restrizioni legali. Gli Stati Uniti registrano già tassi di mortalità materna sorprendentemente alti, superiori a quelli di qualsiasi altro Paese ad alto reddito. E la situazione, avverte Sackeim, è destinata a peggiorare ulteriormente.
2. La salute è politica? La salute è un valore universale condiviso ma può anche diventare motivo di divisione. Temi come la crisi climatica e la violenza armata sono stati inquadrati come questioni sanitarie per unire persone provenienti da diverse posizioni politiche ma la disinformazione sui social media alimenta la polarizzazione e il “diagonalism”, allerta The Lancet Group. Il concetto di “diagonalism” viene introdotto da Naomi Klein, nel suo libro Doppelganger: A Trip into the Mirror World per descrivere come la disinformazione, specialmente su argomenti come i vaccini, possa unire persone di schieramenti politici opposti, facendole convergere su posizioni errate che possono compromettere la salute, nonostante le evidenze scientifiche a supporto di interventi efficaci. La disinformazione viene utilizzata per innescare dibattiti su temi più ampi riguardanti il ruolo del governo e dello Stato e per fare della salute un’arma politica. La disinformazione tende a prosperare soprattutto laddove sono presenti interessi aziendali o in aree che la medicina tradizionale ha storicamente trascurato (come la salute femminile o malattie come la sindrome da fatica cronica). Questi vuoti informativi si fanno sentire ancor di più durante le emergenze sanitarie, come è accaduto durante il covid, dando luogo all’infodemia. Iniziative come il Digital services act dell’Unione europea rappresentano un passo importante per contrastare la disinformazione, ma richiedono un’implementazione forte. La salute rimane una forza unificante a livello umano, conclude The Lancet. La sfida è mantenere questa unità di fronte alla crescente disinformazione e le istituzioni sanitarie devono svolgere un ruolo attivo per garantire che prevalga l’informazione corretta e affidabile.
3. Comunicare bene, anche l’incertezza. La comunicazione efficace dell’incertezza è al centro di un editoriale di Nature intitolato “Science communication will benefit from research integrity standards”. Da un lato, sempre più ricercatori si impegnano a comunicare direttamente con il pubblico i risultati della ricerca accademica; dall’altro, molti esitano per paura di semplificare eccessivamente concetti complessi o di essere travolti dalla disinformazione sui social media. “Comunicare l’incertezza è spesso difficile, ma ci sono strumenti e ricerche a disposizione di chi è disposto a provarci”. In un recente rapporto del League of european research universities, che riunisce 24 enti di ricerca, Rhys Morgan, capo del dipartimento di politica di ricerca, governance e integrità presso l’università di Cambridge, nel Regno Unito, propone che la comunicazione scientifica pubblica segua gli stessi principi di integrità delle pubblicazioni accademiche, specificando metodi, contesti e possibili conflitti di interesse: dunque l’integrità della ricerca non deve fermarsi alla pubblicazione sulle riviste accademiche ma deve raggiungere il grande pubblico. Questa proposta punterebbe a rafforzare la fiducia dei cittadini nella scienza tramite una comunicazione chiara e ponderata, senza il bisogno di enfatizzare certezze apparenti che potrebbero compromettere la reputazione degli scienziati e la credibilità della ricerca. Morgan riconosce le sfide legate alla comunicazione dell’incertezza in un panorama mediatico frenetico, ma evidenzia l’esistenza di strumenti e ricerche che possono aiutare a farlo in modo efficace. Conclude invitando università, aziende e istituzioni a sostenere meglio i ricercatori, valorizzando il loro impegno nel rendere la scienza accessibile e accurata per il grande pubblico. Queste stesse idee di Morgan erano già nell’aria, scrive Nature. In un documento del 2020 “How to Communicate Uncertainty”, la ricercatrice Dora-Olivia Vicol dell’Università di Oxford, Regno Unito, riassumeva bene parte della letteratura e data suggerimenti utili, ad esempio come discutere in modo efficace una serie di valori e l’impatto sul pubblico di parole differenti che descrivono l’incertezza. La comunicazione scientifica può fare di più per abbracciare l’incertezza. Spetta a chiunque parli di ricerca prendere in considerazione la possibilità di descrivere sia il processo che i risultati del lavoro sinteticamente, anche in una frase di 20 secondi.
4. ChatGPT e la peer review. Sempre dalle pagine Nature segnaliamo un articolo sull’uso crescente di strumenti di intelligenza artificiale, come ChatGPT, nella peer review di articoli scientifici, evidenziando la necessità di linee guida per un utilizzo responsabile. Uno studio condotto su circa 50.000 revisioni in ambito informatico ha rilevato che il 7-17 per cento delle frasi dei report di revisione è generato da large language model (LLM). Questi testi, spesso superficiali e generici, mancano di riferimenti specifici e di profondità metodologica. James Zou, associate professor di biomedical data science alla Stanford university, sottolinea che gli LLM possano essere utili come assistenti per la correzione grammaticale o il riepilogo di articoli correlati, ma non possono sostituire il ragionamento scientifico di un referee umano che conosce la materia. Gli LLM possono generare risposte insensate, le cosiddette “allucinazioni”, e trascurare errori significativi, minando così l’integrità del processo scientifico. Dato che l’uso di chatbot nel contesto accademico è inevitabile e per certi versi vantaggioso, Zou suggerisce che le riviste adottino linee guida chiare, come la trasparente dichiarazione del suo impiego da parte dei revisori, e dei sistemi per farle rispettare. Per prevenire un uso indiscriminato dei LLM andrebbero adottate piattaforme come OpenReview, utilizzate da importanti conferenze e riviste di informatica, che promuovono le interazioni anonime tra revisori e autori attraverso più cicli di discussione. Infine, Zou invita a sviluppare ulteriori ricerche e risorse per garantire che l’intelligenza artificiale migliori il processo di revisione senza comprometterne la qualità e l’affidabilità e, potremmo aggiungere, senza violare la proprietà intellettuale degli autori del manoscritto.
5. Le priorità sono locali. Il terzo rapporto della Commissione Lancet sull’investimento in salute (CIH 3.0) propone una riduzione del 50 per cento della mortalità prematura entro il 2050 (“50 by 50”) e abbandona l’obiettivo della “Grande Convergenza sulla salute globale” entro il 2035, che mirava a ridurre il divario di mortalità tra paesi a diversi livelli di sviluppo. In un post su cgdev.org, Pete Baker, Javier Guzman, Kalipso Chalkidou e Richard Sullivan del Center for Global Development criticano questo cambio di approccio: “Le priorità devono essere locali, non globali”. Definire le priorità globali su 15 malattie specifiche è un approccio top-down che unisce condizioni con diversi livelli di priorità e lacune nei trattamenti. Ad esempio, il “cancro” può sembrare una priorità maggiore rispetto all'”HIV” in alcuni Paesi, ma alcune forme di cancro, come il cancro ai polmoni, potrebbero non esserlo. Baker, Guzman, Chaldikou e Sullivan suggeriscono un altro approccio per invidividuare gli interventi prioritari utilizzando metriche standardizzate come QALY (anni di vita corretti per la qualità) o DALY (anni di vita aggiustati per disabilità). Inoltre definire budget modulari basati sulla spesa storica e negoziazioni politiche rischia di consolidare inefficienze che diventano il punto di partenza per le future decisioni. I Paesi dovrebbero istituire organismi per la definizione delle priorità, allocando le risorse in base alle evidenze locali e alla costo-efficacia dei servizi. I paesi che ricevono assistenza esterna dovrebbero cercare il sostegno dei donatori, ad esempio attraverso un “New Compact”, in cui i paesi finanziano i servizi più prioritari e i donatori permettono l’espansione di altri servizi, idealmente attraverso il sostegno al bilancio.
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. Sackeim M. Banning abortion prevents us from providing safe care to all pregnant women. BMJ 2024; 387: q2459.
2. Bagenal J, Crucefix S, Wilson C, et al. To keep health as a unifying force, we must put resources into tackling health misinformation and disinformation. Lancet 2024; 404: 1792-4.
3. Editorial. Science communication will benefit from research integrity standards. Nature, 6 novembre 2024.
4. Zou J. ChatGPT is transforming peer review — how can we use it responsibly? Nature, 5 novembre 2024.
5. Baker P, Guzman J, Chalkidou K, Sullivan R. Response to The Lancet Commission on Investing in Health 3.0: We Must Prioritise Better. Cgdev.org, 29 ottobre 2024.
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