Tossicità finanziaria, medici stoici e bevitori di caffè
I cinque articoli della settimana su Nature, NEJM, JAMA e American Journal of Medicine
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I cinque articoli della settimana su Nature, NEJM, JAMA e American Journal of Medicine
1. Farmaci dal costo tossico. Una malattia grave può ridurre una persona o una famiglia in povertà: non è una novità e sembra addirittura incredibile che ci si trovi a “studiare” le situazioni in cui questo accade. La letteratura scientifica è tornata spesso, negli ultimi anni, su questo argomento soprattutto riportando i risultati di studi condotti negli Stati Uniti, dove il sistema di assistenza sanitaria lascia individui e nuclei familiari sostanzialmente indifesi da quella che è ormai conosciuta come “tossicità finanziaria”. Un articolo uscito sul New England Journal of Medicine e curato da uno dei centri di ricerca sui farmaci più conosciuti del mondo sottolinea come “le spese mediche hanno effetti importanti sulla vita delle persone, portando a ritardi nel pagamento di mutui e affitti, a rinunciare a cure mediche per altri problemi di salute, al fallimento di imprese o al ricorso a persone estranee per coprire le spese”. L’articolo mettere in relazione la tossicità finanziaria con le caratteristiche di efficacie e di costi dei nuovi medicinali oncologici, che “arrivano sul mercato attraverso la procedura di approvazione accelerata; per alcuni di essi, non vengono mai dimostrati miglioramenti nella sopravvivenza globale.” Con un prezzo tipicamente a sei cifre, proseguono gli autori, questi farmaci spesso rappresentano un onere finanziario per i pazienti. “Come dovrebbero – i decisori politici – considerare e affrontare la potenziale tossicità finanziaria dei nuovi farmaci nei casi in cui l’equilibrio tra benefici e oneri relativi alla salute non è chiaro?” [1]. Gli autori sollecitano la creazione di un comitato di revisione dei prezzi dei farmaci che raccomandi prezzi basati sul valore e che siano ragionevoli per i farmaci approvati sulla base di studi in fase iniziale, nonché nei casi in cui siano necessari studi più approfonditi post-approvazione per determinare il reale impatto clinico sulla malattia. Sarebbe miope considerare questa Perspective del gruppo di Harvard come un commento utile solo alla comunità socio-sanitaria statunitense: con la progressiva privatizzazione del servizio sanitario, la lucida analisi di Aaron Kesselheim e dei suoi collaboratori è preziosa anche per i lettori italiani.
2. Non chiamateli “cancro”. Definire cancro i tumori indolenti può portare a un trattamento non appropriato e dannoso per la persona malata. Lo pensa chi è convinto che l’approccio diagnostico eccessivamente aggressivo possa aumentare oltre una ragionevole misura il numero dei casi di cancro registrati ogni anno, andando ad alimentare una popolazione di pazienti sovradimensionata rispetto alla realtà. È un problema complesso che continua a suscitare reazioni infastidite, ma la maggior parte dei medici oncologi concorda sul fatto che, indipendentemente da come vengono definiti i tumori a basso rischio, i pazienti in cui vengono rilevati hanno bisogno di maggiori – e soprattutto di migliori – informazioni sulla loro diagnosi prima di decidere come procedere. Rita Rubin propone sul JAMA un commento che vale la pena di essere letto [2]. Due dei tumori a basso rischio più comuni – scrive – non hanno cambiato nome nonostante negli ultimi anni siano state chiarite le loro caratteristiche, diverse e molto meno “pericolose” rispetto a quello che si riteneva un tempo: “Il carcinoma duttale in situ è ancora chiamato carcinoma e il cancro alla prostata di grado 1, chiamato anche Gleason 6, è ancora chiamato cancro, anche se gli autori di un recente articolo pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute hanno osservato che “è così altamente prevalente che potrebbe essere considerato una normale caratteristica dell’invecchiamento”. Rubin invita a smettere di chiamare cancro i tumori a basso rischio: piuttosto, “assicuratevi che i pazienti capiscano che tali lesioni sono fattori di rischio per il cancro e, quindi, richiedono un monitoraggio diligente. Oppure continuate a chiamare cancro i tumori, ma assicuratevi che i pazienti capiscano che è improbabile che queste lesioni causino problemi, quindi è appropriata una sorveglianza attiva, non un trattamento immediato”.
3. Cancro al polmone: dubbi sullo screening non personalizzato. Tre cicli di screening annuali con TAC a basso dosaggio riducono la mortalità per cancro ai polmoni del 20 per cento tra i fumatori attuali ed ex fumatori rispetto allo stesso numero di screening annuali con radiografia del torace. Però, a fronte di questa evidenza, risultata dal National lung screening trial (Nlst) pubblicato nel 2011 sul New England Journal of Medicine, un monitoraggio così estensivo ha anche dei rischi: falsi positivi, complicazioni nelle procedure per i noduli benigni e altro ancora. I risultati di uno studio di coorte – uscito su JAMA Health Forum –suggeriscono che molte persone sottoposte a screening per il cancro ai polmoni possono andare incontro a ulteriori complicanze in concomitanza con la diagnosi e il trattamento del cancro ai polmoni a causa della loro età e delle condizioni di comorbilità sottostanti e potrebbero non vivere abbastanza a lungo per beneficiare dello screening stesso. Le persone sottoposte a screening per il tumore al polmone nel mondo reale sono più anziane e più malate della popolazione a suo tempo arruolata nello studio Nlst: in definitiva, l’età avanzata e la presenza di altre malattie possono ridurre i benefici dello screening [3]. Forse è il caso di pensare ad un approccio personalizzato allo screening del cancro ai polmoni basato sul profilo di rischio individuale.
4. Buongiornissimo caffè? Degli effetti del caffè sulla salute si è detto (e scritto) di tutto e di più. Nonostante il mare di letteratura esistente – e, ricordiamo ancora una volta, per nulla univoca – il pensiero di una tazza di caffè fumante aiuta molte persone in tutto il mondo ad alzarsi dal letto la mattina, come ricorda un commento del curatore della newsletter di Nature a uno studio che ha indagato gli effetti del caffè sul microbioma intestinale, la popolazione batterica intestinale che si ritiene contribuisca a mediare tra dieta e salute. I risultati sono stati pubblicati alla fine dello scorso anno, ma la discussione è stata rilanciata da un commento del ricercatore e medico Eric Topol su Bluesky, la nuova piattaforma di microblogging. Nel più grande studio mai condotto sulla relazione tra caffè e microbioma intestinale, pubblicato di recente su Nature Microbiology, i ricercatori hanno esaminato il dna fecale di oltre 20.000 partecipanti che hanno monitorato il proprio consumo giornaliero di caffè. Si è scoperto che il consumo regolare di caffè è collegato alla crescita di un batterio intestinale specifico chiamato Lawsonibacter asaccharolyticus, con effetti antiossidanti che possono, nel giusto contesto, ridurre l’infiammazione. Alla luce di questi risultati, il gruppo di ricercatori sta ora cercando di collegare questi batteri e i relativi metaboliti all’impatto sulla salute. Sarebbe una notizia importante: non tanto – o non solo per i bevitori di caffè – ma per tutti coloro che giustamente hanno guardato fino a oggi con un po’ di diffidenza alla ricerca sui nutrienti.
5. Formare i giovani medici allo stoicismo. “La medicina offre un posto in prima fila alla condizione umana, rivelandone sia le meraviglie che le tragedie, ma più spesso le sfide. Quindi, è preoccupante vedere alcuni studenti di medicina non solo impreparati alle vicissitudini della vita, ma anche abituati ad aspettarsi che gli altri forniscano uno scudo psicologico contro di esse. Chi di noi lavora nel mondo accademico conosce fin troppo bene queste aspettative: le avvertenze sui fattori scatenanti e gli spazi sicuri sono di moda, mentre l’umorismo e una certa forma di ottimismo sono fuori moda. Tuttavia, ridurre i fattori di stress nell’educazione medica può essere controproducente, perché le carriere in medicina spesso comportano stress e sfide”. Un articolo provocatorio di Salvatore Mangione e Charles Lockwood uscito sull’American Journal of Medicine sostiene che le facoltà di medicina dovrebbero mettere gli studenti di fronte alla difficoltà di vivere da medico, senza nascondere la complessità di una professione che mette a dura prova il benessere emotivo e psicologico dei professionisti [5].
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. Ubel PA, Grouls A, Kesselheim AS. Out of pocket getting out of hand — Reducing the financial toxicity of rapidly approved drugs. N Engl J Med 2025; 392: 729-31.
2. Rubin R. Experts are debating whether some cancers shouldn’t be called that. JAMA 2025; 333: 556-8.
3. Braithwaite D, Karanth S, Slatore CG, et al. Burden of comorbid conditions among individuals screened for lung cancer. JAMA Health Forum 2025; 6: e245581.
4. Manghi P, Bhosle A, Wang K, et al. Coffee consumption is associated with intestinal Lawsonibacter asaccharolyticus abundance and prevalence across multiple cohorts. Nat Microbiol 2024; 9: 3120-34.
5. Mangione S, Lockwood CJ. Aequanimitas for our time. Am J Med 2024: S0002-9343(24)00799-X.
E dove sta andando forse senza neppure volerlo o averlo deciso? La nota di Carlo Saitto
Le riflessioni Giuseppe R. Gristina, medico intensivista
Dalle pagine di Nature, JAMA, Aeon, The BMJ e CARE
