Scienziati in fuga da Twitter [X] e cardiologi riflessivi
Dalla letteratura internazionale e dai media
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Dalla letteratura internazionale e dai media
1. Sana di nuovo? Qualcuno ha dei dubbi. “Mentre si impegna a rendere di nuovo sana l’America (col motto ’make America health again’), il presidente eletto Donald Trump ha dato all’ex avvocato ambientalista Robert F. Kennedy Jr. ‒ il cui curriculum non comprende né una formazione scientifica né una laurea in medicina ‒ carta bianca per scatenarsi occupandosi di salute sotto la sua amministrazione. Questi due annunci sembrano incompatibili tra loro. Oltre a non avere alcuna competenza medica, Kennedy ha sposato teorie cospirazioniste spacciandole come fatti, e i medici temono che la sua nomina possa compromettere ancor di più la fiducia del pubblico nella medicina. L’intervento su MedPage di Chloe Nazra Lee è molto preoccupato: la giovane psichiatra della University of Rochester Medical Center in New York riflette sulla nomina di Kennedy Jr, collegandola alla violenza contro gli operatori sanitari, problema grave e in crescita anche negli Stati Uniti [1]. “Nel 2018, gli operatori sanitari sono stati oggetto del 73 per cento di tutti gli infortuni o le malattie non mortali sul posto di lavoro dovuti alla violenza. Secondo un sondaggio dell’American College of Emergency Physicians del 2024, il 91 per cento dei medici che lavorano nella medicina d’urgenza ha riferito di essere stato vittima di violenza nell’ultimo anno. Il problema è multifattoriale. In ospedale, spesso vediamo le persone nel loro momento peggiore, quando il loro processo decisionale e il controllo degli impulsi possono essere non ottimali. Ma mi chiedo se non sia in gioco qualcos’altro: la normalizzazione della violenza nel nostro attuale clima politico”. Lee non punta il dito esplicitamente verso la prossima amministrazione Trump, ma si mostra molto preoccupata per i toni utilizzati durante la campagna elettorale e per i contenuti che hanno caratterizzato la piattaforma politica del presidente eletto.
2. Intelligenza artificiale e ricerca scientifica. Un’indagine della Oxford University Press conferma che la maggior parte dei ricercatori accademici e degli autori che fanno ricerca dichiara di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale (IA) [2]. Il 76 per cento ha utilizzato una forma di IA nella ricerca: prevedibilmente, traduzione automatica e chatbot sono i più popolari. Il 67 per cento ne ha tratto qualche beneficio. Il 27 per cento è entusiasta delle prospettive dell’IA per la ricerca, ma solo l’8 per cento pensa che le aziende di IA non utilizzeranno i loro dati di ricerca senza autorizzazione; solo il 6 per cento crede che le aziende informatiche tengano a privacy e sicurezza dei dati. La metà degli intervistati(50 per cento) è preoccupata per l’impatto che l’IA potrebbe avere in futuro sulla ricerca accademica. Mentre il 37 per cento concorda sul fatto che l’IA farà risparmiare tempo ai ricercatori, solo il 19 per cento crede che l’IA migliorerà la qualità complessiva del lavoro. Tre intervistati su 5 ritengono che l’uso dell’IA nella ricerca potrebbe compromettere la proprietà intellettuale e far sì che gli autori non vengano riconosciuti adeguatamente per l’uso del loro lavoro. Attenzione: in tutte le discipline, un intervistato su tre (32 per cento) è preoccupato perché pensa che l’IA possa influire negativamente sulle competenze dei ricercatori e il 25 per cento ritiene che la tecnologia IA riduca la necessità di avere ed esercitare un pensiero critico. Un dato forse imprevisto: un quarto (25 per cento) di coloro che si trovano all’inizio della propria carriera è scettico o critico sull’IA. Stranamente questa percentuale scende al 19 per cento tra gli intervistati che sono più avanti nella carriera. I ricercatori all’inizio della carriera hanno anche opinioni più polarizzate sull’IA, con un numero minore di opinioni neutrali rispetto ai ricercatori più avanti con gli anni. Il 69 per cento ritiene che sia importante valutare attentamente le implicazioni dell’utilizzo degli strumenti di IA prima di utilizzarli nella propria ricerca. Solo 1 su 10 (12 per cento) ha dichiarato che non cercherebbe indicazioni sull’uso dell’IA nel proprio lavoro prima di utilizzarla. Il 54 per cento dichiara che per avere un’indicazione sull’uso dell’IA si rivolgerebbe alla propria società scientifica, il 43 per cento alla propria istituzione e il 27 per cento agli editori.
3. Una cardiologa riflessiva. “Abbiamo a disposizione terapie mediche incredibili. Fantastiche terapie interventistiche. Ma tendiamo a concentrarci un po’ troppo sulla domanda: Possiamo farlo? E forse troppo poco sulla domanda: Dobbiamo farlo?”. La conversazione con Sarah Hull, cardiologa, uscita su JAMA, è davvero interessante. La responsabilità forse più attuale vissuta nella pratica clinica quotidiana coincide con la certezza di cautelarsi in modo che l’innovazione sia utilizzata in modo veramente etico, migliorando la cura del paziente e facendo i suoi interessi. “Dobbiamo essere molto cauti nell’impiegare strumenti che agiscono in modo umano rispetto a strumenti che decisamente non agiscono in modo umano. Dal punto di vista etico, la situazione può diventare molto più complessa quando si dispone di un’intelligenza artificiale generativa molto avanzata che può sembrare molto vicina all’agite umano, ma che, ed è la cosa più importante, non ha in sé un’agenzia morale e non ha il mandato fiduciario da parte del paziente” [3].
4. Screening del cancro della prostata: l’età è importante. Durante il processo decisionale relativo allo screening, è essenziale tenere conto dell’aspettativa di vita, al fine di minimizzare i rischi legati alla sovradiagnosi e al sovratrattamento del tumore alla prostata. Se ne parla sul JAMA Internal Medicine che dedica all’argomento sia uno studio originale, sia un “invited commentary” [4]. Negli uomini che successivamente a uno screening ricevono una diagnosi di cancro prostatico, aumenta la probabilità di subire danni lungo l’intero percorso diagnostico e terapeutico successivo allo screening: una ridotta aspettativa di vita alla diagnosi (per una salute già messa alla prova da altre patologie) rende poco costo-efficace non solo il trattamento ma anche il percorso diagnostico stesso. “Il tempo dedicato alla diagnosi, al monitoraggio e al trattamento del tumore alla prostata in uomini con aspettativa di vita ridotta – leggiamo nel commento – distoglie risorse importanti dal trattamento delle patologie che minacciano maggiormente la sopravvivenza dei malati. Inoltre, una limitata aspettativa di vita comporta un rischio maggiore di complicazioni per molte procedure, compresa la radioterapia”. Gli stessi autori notano che non è sorprendente che sia maggiore il rischio di sovratrattamento con la radioterapia rispetto alla prostatectomia radicale, poiché la maggior parte degli uomini con aspettativa di vita limitata presenta multimorbilità, rendendoli inadeguati alla chirurgia. Anche la radioterapia però ‒ nonostante sia generalmente meno invasiva rispetto alla prostatectomia radicale ‒ può comunque causare effetti collaterali significativi, come disfunzioni intestinali, vescicali e sessuali. “È quindi cruciale che tutti i professionisti sanitari, dai medici di medicina generale agli specialisti, siano capaci di riflettere sull’aspettativa di vita dei pazienti e discutano regolarmente i potenziali danni derivanti dalle gravi comorbilità”. La buona comunicazione tra medico e malato è fondamentale anche perché i pazienti meglio informati sono più capaci di declinare la proposta di ulteriori esami o trattamenti di scarso valore. “Le parole utilizzate per discutere l’aspettativa di vita in relazione all’interruzione dello screening e all’evitamento di trattamenti aggressivi sono altrettanto fondamentali. I pazienti presentano preferenze diverse riguardo alla condivisione di informazioni sull’aspettativa di vita, e alcuni potrebbero non voler affrontare questo argomento”. Va detto, infine, che molti pazienti non considerano una vita più breve come una motivazione sufficiente o rilevante per non sottoporsi a screening. Inoltre, molti medici trovano difficoltà ad affrontare il tema dell’aspettativa di vita. L’argomento è complesso: serve comunque maggiore consapevolezza e una migliore health literacy dei pazienti sarebbe un contributo importante.
5. Scienziati in fuga da Twitter. Migliaia di docenti universitari, ricercatori e ‒ per restare nel nostro campo ‒ professionisti sanitari stanno lasciando Twitter. Pardon: X. Il massiccio annuncio dell’abbandono della piattaforma è avvenuto soprattutto subito dopo le elezioni presidenziali statunitensi, a sottolineare “la tossicità” del social media e il desiderio di opporsi al miliardario Elon Musk, proprietario dell piattaforma, e al modo in cui ha usato la piattaforma per sostenere il presidente eletto Donald Trump. Infatti (ma è cosa di dominio pubblico ormai) il magnate dell’economia ha investito milioni di dollari per Donald Trump e ha fatto personalmente campagna per lui in autunno. Un articolo uscito su Higher Inside Education fa notare, però, che la decisione di cambiare spazio di discussione (perlopiù passando a Bluesky che da settembre a novembre è passata da 9 a 14,5 milioni di utenti) non è unanime: Paul Novosad, professore di economia al Dartmouth College negli Stati Uniti, ha sostenuto che gli accademici dovrebbero rimanere su X come modo per continuare a coinvolgere un pubblico più ampio, nonostante il numero crescente di troll online. “Capisco le ragioni di voler passare a una nuova piattaforma. Ma penso che se tutte le persone che lavorano nella ricerca è nel l’insegnamento universitario lasciassero X per discutere solo tra di loro non sarebbe una buona cosa. Abbiamo bisogno che le buone idee vengano condivise ampiamente come abbiamo sempre fatto”. La rivoluzione di Musk ha enfatizzato la tentazione di rifugiarsi nella propria bolla ricavata nei social media. Bluesky offre la possibilità di orientare l’algoritmo che guida ciò che all’utente viene proposto, aiutando a creare feed personalizzati; come spiega The Guardian (che ha in questi giorni lasciato X), “ad esempio un feed per i follower normali, un feed per le foto dei gatti e uno per i propri interessi particolari”. L’esodo ha fatto sì che X si sia ridotto di circa il 27 per cento in termini di utenti attivi giornalieri globali negli ultimi due anni, ma è ancora dominante secondo Forbes: il tempo medio trascorso sulla piattaforma è aumentato del 32 per cento intorno al giorno delle elezioni, rispetto ai 30 giorni precedenti (Bluesky ha registrato un aumento del 18 per cento e Threads del 23 per cento).
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. Lee CN. We Cannot Provide Care With Our Hands Tied Behind Our Backs. MedPage, 14 novembre 2024.
2. Researchers and AI: Survey Findings.
3. Hswen J, Abbasi J. AI Can’t Worry About Patients, and a Clinical Ethicist Says That Matters. JAMA, 15 novembre 2024.
4. Schoenborn NL, Walter LC. Do Not Wait to Consider Life Expectancy Until After a Prostate Cancer Diagnosis. JAMA Intern Med, 11 novembre 2024.
5. Moody N. A Second Academic Exodus From X? Inside High Ed, 13 novembre 2024.
Note di appropriatezza prescrittiva e raccomandazioni: lo spiega Giuseppe Traversa
I cinque articoli della settimana: BMJ, JAMA, NEJM e Lancet
Su Sensible Medicine Elizabeth Barnes riflette sull’equilibrio tra inclusività e chiarezza
