Ricerca di genere, più inclusione e più salute per tutti
Dalle pagine dei blog e delle riviste internazionali
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Dalle pagine dei blog e delle riviste internazionali
1. L’intelligenza artificiale per l’uguaglianza di genere. In occasione della Giornata internazionale della donna, l’editoriale del The Lancet Digital Health sottolinea l’urgenza di superare le barriere e i pregiudizi che le donne incontrano in diversi ambiti della loro vita personale e professionale. Un cambiamento sempre più necessario considerando anche gli sviluppi politici negli Stati Uniti, tra cui l’interruzione di politiche relative all’equità, diversità e inclusione. L’uguaglianza di genere in ambito sanitario è un diritto fondamentale e nuovi approcci potrebbero essere determinanti per raggiungerla. L’editoriale della rivista del gruppo Lancet ritiene che l’intelligenza artificiale possa giocare un ruolo chiave nel migliorare la salute delle donne e nell’accelerare la parità di genere in ambito sanitario. Due studi recenti mostrano come l’intelligenza artificiale possa migliorare la salute delle donne, in particolare nella prevenzione e nella diagnosi delle malattie cardiovascolari e del cancro al seno. Tuttavia, la ricerca sulla salute delle donne è ancora sottofinanziata e le donne sono spesso sottorappresentate negli studi. Per garantire che l’intelligenza artificiale contribuisca realmente a ridurre le disuguaglianze, serve un impegno globale più forte nel finanziare la ricerca e migliorare la rappresentanza femminile nella scienza.
2. Una ricerca più inclusiva ed equa. Negli ultimi mesi, la ricerca sulla salute globale è stata scossa dalle decisioni dell’amministrazione del Presidente Trump, tra cui il ritiro dall’Oms, il blocco degli aiuti dell’Usaid e la chiusura di programmi per l’hiv. Questi cambiamenti aggravano le disuguaglianze sanitarie, rendendo urgente trovare strategie per coinvolgere le comunità più vulnerabili. Su Nature quattro ricercatrici afro-americane propongono quattro approcci innovativi per una ricerca più equa. Lynn Hendricks, ricercatrice in salute pubblica, evidenzia la necessità di riconsiderare i criteri di valutazione della ricerca, che includano output non convenzionali come video ed esposizioni artistiche, più accessibili a decisori politici e comunità. L’uso delle stesse arti creative facilita anche il coinvolgimento delle comunità emarginate e il superamento delle barriere culturali e linguistiche. Hendricks ha condotto uno studio con giovani donne con HIV perinatale, utilizzando foto, collage e danza per analizzare le difficoltà nell’assunzione dei farmaci. Questo metodo ha rivelato fattori ambientali spesso trascurati. Yasha Phanisa Sithole si concentra sulla necessità di rendere la scienza accessibile alle comunità marginalizzate a partire dalla semplificazione del linguaggio scientifico che dovrebbe diventare una prassi standard. In Zimbabwe, molte ragazze conoscono i farmaci per la prevenzione dell’HIV, ma il linguaggio tecnico dei ricercatori ne ostacola l’uso. Collaborando con organizzazioni locali, Sithole ha semplificato le informazioni, traducendole in Shona e diffondendole attraverso video animati su WhatsApp. Raeka Aiyar sottolinea l’importanza di ricostruire la fiducia con le comunità minoritarie, spesso diffidenti nei confronti della ricerca. Aiyar invita i ricercatori a coinvolgere attivamente le comunità fin dall’inizio, rispettandone le preoccupazioni e, se necessario, rinunciando agli studi. Per un approccio più etico e inclusivo, servono empatia, consapevolezza dei privilegi e incentivi per una ricerca realmente collaborativa. Uma Palanisamy sottolinea che la ricerca deve essere flessibile, coinvolgere ricercatori della comunità e garantire sostenibilità a lungo termine, con finanziamenti adeguati e formazione di leader locali. Il suo team ha sviluppato un’app per facilitare l’accesso ai servizi sanitari per i sordi in Malesia, offrendo interpretazione in lingua dei segni in tempo reale.
3. Colmare il gender research gap. La rivista Science Advances dedica un numero speciale alla ricerca sulla salute delle donne, con l’auspicio di accelerare i progressi verso un futuro in cui questa sia meglio compresa e sostenuta. Oggi la ricerca di genere sta colmando decenni di disuguaglianze dovute alla sottorappresentazione delle donne negli studi clinici. Diversi studi esplorano l’impatto delle differenze biologiche e fisiologiche nello sviluppo delle malattie. Per esempio, uno studio pubblicato nello speciale ha analizzato l’influenza della menopausa sulla salute cerebrale nelle donne in età avanzata. La riduzione precoce degli estrogeni, dovuta a una menopausa anticipata, è associata a un rischio maggiore di alzheimer. Tuttavia, questi effetti sembrano attenuarsi nelle donne trattate con la terapia ormonale sostitutiva. Lo studio suggerisce dunque che i processi endocrini della mezza età possano influenzare la vulnerabilità sinaptica all’alzheimer e che interventi mirati potrebbero rafforzare la resilienza femminile alla demenza. La ricerca di genere sta inoltre approfondendo l’influenza dei fattori psicologici, politici e sociali sulla salute delle donne. Questo approccio interdisciplinare non solo migliora il benessere femminile, ma contribuisce all’avanzamento della scienza nel suo complesso. “Il progresso della salute delle donne è parte integrante del progresso della scienza stessa”, conclude l’editoriale. “Dando priorità alle esperienze fisiologiche e psicologiche specifiche delle donne, stiamo espandendo le frontiere della conoscenza in modi che vanno a beneficio di tutti”.
4. Il parto in casa: sì o no? Su Sensible Medicine, Joseph Rall, medico di famiglia al terzo anno di specializzazione presso il University Hospitals St. John Medical Center e interessato ai temi di etica medica ed evidence-based medicine, prende spunto dal libro “Blind Spots” di Marty Makary per esprimere il suo punto di vista sul parto in casa. Nel libro, Makary critica il dogmatismo medico e il suo impatto negativo sulla salute dei pazienti. In un capitolo affronta la medicalizzazione del parto, in particolare l’eccessivo ricorso ai tagli cesarei, ma conclude affermando che il parto in casa rappresenta una “iper-correzione” che triplica il rischio di morte infantile. Rall, forte della sua esperienza professionale nel parto e anche personale, avendo avuto due figli nati in casa, contesta questa affermazione e cerca di mettere in evidenza il “punto cieco” della teoria di Makary riguardo al parto pianificato in casa. Le evidenze suggeriscono che, per le candidate correttamente selezionate, il parto in casa è sicuro, e sempre più donne scelgono questa opzione, soprattutto dopo la pandemia di covid-19: negli Stati Uniti, nel 2022, l’1,51 per cento di tutte le nascite è avvenuto con parto pianificato a domicilio. Tuttavia, l’American college of obstetricians and gynecologists continua a scoraggiarlo, e in questo modo contribuisce alla medicalizzazione eccessiva del parto e all’alto tasso di cesarei negli ospedali. Secondo Rall, invece di opporsi al parto in casa, bisognerebbe concentrarsi sulla sicurezza attraverso studi, collaborazioni e linee guida condivise. L’adozione di protocolli standardizzati potrebbe migliorare l’assistenza ostetrica negli Stati Uniti. Il parto in casa, se ben gestito, è un’opzione sicura e valida; una necessaria correzione all’eccessiva medicalizzazione del parto.
5. Basta chiamarli “interventi non farmacologici”. La rivista The BMJ ha scelto di abbandonare l’uso dell’espressione “non-pharmaceutical interventions” in favore di “public health and social measures” per una comunicazione più chiara e precisa. La ragione di questo cambiamento risiede nel fatto che “interventi non farmaceutici”, definisce queste misure in modo negativo, ossia in relazione a ciò che non sono (farmaci o vaccini), riducendone la complessità e l’importanza. Così facendo, si rischia di sminuire il valore di misure come l’igiene, il tracciamento dei contatti o la quarantena, che si basano su solide evidenze scientifiche. Inoltre, queste misure sono legate a fattori sociali e comportamentali, come il cambiamento delle abitudini individuali e collettive, che la locuzione “non-pharmaceutical interventions” non riesce a comunicare appieno: ignorare questi aspetti sociali e culturali può portare a sottovalutare la necessità di affrontare le disuguaglianze sanitarie. Invece l’espressione “misure sociali e di salute pubblica” è più chiara e diretta: rafforza l’idea che queste misure siano essenziali per la salute pubblica e richiedano un cambiamento comportamentale collettivo. Per questi motivi, il BMJ ha scelto di adottare l’espressione “public health and social measures” nei suoi contenuti, invitando altre riviste, ricercatori e professionisti della sanità pubblica a fare altrettanto. In questo modo – concludono Azeem Majeed, professoressa di cure primarie e salute pubblica all’Imperial college London, e Kamran Abbasi, direttore del BMJ – si promuove una visione olistica della salute, che considera non solo i farmaci, ma anche i fattori sociali e ambientali che influenzano il benessere collettivo.
I cinque (+1) articoli della settimana
1. Editorial. Accelerating action for gender equality in health. Lancet Digital Health 2025; 7: e167.
2. Hendricks L, Aiyar R, Palanisamy U, Sithole NP. Use your research to beat health inequities: four strategies from experts. Nature 2025; 639: 35-7.
3. Sharot T. Advancing the science of women’s health. Sci Adv 2025; 11: eadw5514.
Wood Alexander M, Honer WG, Saloner R, et al. The interplay between age at menopause and synaptic integrity on Alzheimer’s disease risk in women. Sci Adv 2025; 11: eadt0757.
4. Rall JW. Planned Home Birth – Marty Makary’s Blind Spot. Sensible Medicine, 11 marzo 2025.
5. Majeed A, Abbasi K. Medical journals should use the term “public health and social measures”. BMJ 2025; 388: r409.
Una conversazione con Giacomo Stella
Un patrimonio tra scienza e umanesimo: Guido Giustetto e Rosa Revellino
Dalle pagine del JAMA, The Lancet, The New England Journal of Medicine e Stat
