Quale fiducia per quale futuro?
Dalle pagine del Lancet, del BMJ, di Nature, The Conversation, e del NEJM
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Dalle pagine del Lancet, del BMJ, di Nature, The Conversation, e del NEJM
1. Guerra, la sfida sanitaria più urgente del 2026. Secondo il primo editoriale del Lancet del 2026, la minaccia più critica per la salute globale non è il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, le pandemie o le malattie non trasmissibili, ma le guerre. Nel 2024, sono stati registrati 61 conflitti tra stati, molti dei quali proseguono nel 2025 e continueranno nel 2026. La sfida per il 2026 riguarda non solo la persistenza dei conflitti esistenti ma anche il rischio di escalation e contagio, scrive il Lancet sottolineando come la violenza sia ormai globale e strutturale. Dal 2022 in Ucraina si contano oltre 2000 attacchi a strutture sanitarie; in Sudan, più di 200 attacchi hanno provocato circa 1900 morti tra civili e operatori sanitari. Le conseguenze delle guerre non sono confinate nei territori dove si combatte: catene di approvvigionamento interrotte e flussi migratori rendono vulnerabili anche sistemi sanitari che sono distanti dalla guerra. “Il diritto alla salute non può essere realizzato in un contesto di conflitto perpetuo”, ammonisce il Lancet, invitando l’intera comunità medico-scientifica a documentare i danni, proteggere i sistemi sanitari e tutelare i civili. Se porre fine alle guerre resta responsabilità dei governi, ricercatori e professionisti sanitari hanno un ruolo distinto: sostenere la salute come diritto universale e difendere la resilienza dei sistemi. “La pace non è un complemento della salute: è la sua condizione fondamentale”.
2. Crisi climatica, migrazioni e salute. Un’altra sfida globale ormai inevitabile è l’intensificarsi della crisi climatica che sta rendendo sempre più vaste aree del pianeta difficilmente abitabili, costringendo milioni di persone a lasciare le proprie case. Eventi estremi come alluvioni, incendi, ondate di calore e siccità prolungate stanno distruggendo infrastrutture e mezzi di sussistenza, riducendo la capacità delle comunità di adattarsi e recuperare. Sul BMJ di questa settimana Gaia Vince, ricercatrice di formazione e giornalista scientifica, spiega che per ogni aumento di un grado della temperatura globale circa un miliardo di persone rischia di trovarsi al di fuori delle condizioni climatiche che hanno sostenuto le civiltà umane per millenni. Le migrazioni climatiche assumono forme diverse: evacuazioni improvvise in seguito a disastri, come le alluvioni in Spagna, o spostamenti graduali dovuti a fenomeni cronici come la siccità in Africa orientale o l’erosione delle coste in molti dei piccoli Stati insulari dell’oceano Pacifico. I modelli climatici indicano che le regioni tropicali saranno tra le più colpite, con un aumento delle condizioni estreme che potrebbe spingere centinaia di milioni di persone verso latitudini più temperate, inclusa l’Europa, già oggi esposta a un eccesso di mortalità legato al caldo. Le conseguenze sanitarie sono rilevanti: il cambiamento climatico aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, colpi di calore, malnutrizione e infezioni, oltre a favorire la diffusione di patologie trasmesse da vettori come la dengue. Donne e bambini risultano particolarmente vulnerabili, rappresentando la maggioranza delle persone sfollate. Gaia Vince sottolinea come la comunità internazionale non sia adeguatamente preparata ad affrontare questa mobilità forzata e richiama la necessità di politiche coordinate: dalla riduzione rapida delle emissioni alla pianificazione di percorsi sicuri di migrazione, fino al rafforzamento dei sistemi sanitari e del ruolo degli operatori sanitari nel tutelare i diritti delle persone costrette a spostarsi.
3. Dove saremo nel 2050? Interrogandosi sulle future scoperte che plasmeranno il mondo e la società, la rivista Nature immagina il 2050 come un’era dominata da intelligenza artificiale super intelligente che condurrà la ricerca scientifica al posto degli umani. La temperatura globale supererà i 2°C sopra i livelli pre-industriali intorno al 2040, spingendo le nazioni verso “soluzioni” di geoingegneria. L’esplorazione spaziale vedrà missioni umane su Marte, mentre tecnologie quantistiche potrebbero svelare i misteri della materia oscura e la fusione nucleare potrebbe diventare commercialmente disponibile. Il futuro del progresso scientifico si giocherà su un delicato equilibrio tra ricerca di base e ricerca applicata che già mostra segnali di fragilità. Negli ultimi 75 anni, il progresso scientifico ha prosperato grazie a un forte sostegno pubblico alla ricerca. Ma oggi l’ascesa del populismo, la pressione per risposte immediate a problemi complessi e i tagli alla spesa pubblica rischiano di rendere sempre più difficile difendere il valore della ricerca di base: quella che richiede anni di lavoro paziente per costruire le fondamenta di scoperte che, all’apparenza, sembrano emergere dal nulla. “Non è una buona prospettiva per il futuro della scienza”, avverte Patrick van der Duin, consulente olandese ed esperto di scenari futuri. Il timore è che l’equilibrio, già precario, tra ricerca di base e ricerca applicata si sposti nettamente verso progetti percepiti dai governi come utili a obiettivi politici immediati. Un altro ostacolo critico, segnala Nature, sarà la disponibilità e l’accesso a enormi quantità di dati. Superare questo “collo di bottiglia” richiederà il coinvolgimento di milioni di volontari disposti a condividere informazioni sulla propria salute, spesso senza alcun vantaggio personale diretto. Se questo sforzo collettivo andrà a buon fine, potrebbero aprirsi scenari rivoluzionari, soprattutto in psichiatria e neuroscienze. L’identificazione di biomarcatori nel proteoma e nel metaboloma potrebbe rendere le diagnosi più precise e i trattamenti più mirati. In questo contesto, il linguaggio del DSM, il manuale dell’American Psychiatric Association che classifica i disturbi mentali, potrebbe apparire entro pochi anni obsoleto quanto lo sono oggi le prime classificazioni basate sulla psicodinamica freudiana.
4. Democrazia, fiducia e verità. Viviamo in un’epoca di crisi della verità, con la fiducia nelle istituzioni del sapere ai minimi storici e leader populisti che prosperano nonostante dichiarazioni false per ottenere consenso. Eppure, secondo Frank Chouraqui, senior university lecturer in Filosofia all’università di Leiden, il problema potrebbe risiedere proprio nell’eccessiva enfasi che la democrazia pone sulla verità a scapito del significato, di appartenenza, di comprensione del proprio posto nel mondo. L’assunto tradizionale lega strettamente democrazia e verità. Il filosofo tedesco Jürgen Habermas sostiene che una democrazia sana richiede una cultura deliberativa basata su affermazioni verificabili. Maria Ressa, premio Nobel per la pace, sostiene che senza fatti non ci può essere verità, senza verità non c’è fiducia, e senza questi elementi la democrazia muore. Ma in un articolo pubblicato su The Conversation, Chouraqui solleva un dubbio fondamentale: abbiamo davvero bisogno della verità per condividere una realtà comune? Nella pratica, la maggior parte delle nostre esperienze di realtà condivise non riguarda la verità in senso stretto. I miti, il senso di comunità, la religione e soprattutto la cultura stessa non derivano la loro forza dall’essere veri, ma dal fornire significato e appartenenza. Il rischio è che lo spirito democratico, nel suo zelo razionalista, finisca per squalificare come pregiudizi e superstizioni proprio quegli elementi che permettono alle persone di sentirsi a casa nel mondo: identità, valori, tradizioni e istituzioni culturali. Una vita veramente umana richiede non solo conoscenza dei fatti, ma anche una comprensione soggettiva del mondo e del proprio posto in esso. L’insistenza sulla verità e la svalutazione del significato che diamo alle cose o ai fatti hanno contribuito alla moderna alienazione, quella rottura dei legami sociali, storici e tradizionali che caratterizza la nostra epoca. Ed è proprio questa alienazione a fornire terreno fertile ai populisti, che si presentano come rimedio alla crisi di significato con i loro richiami all’appartenenza, alla tradizione, all’identità e alla nostalgia. La conclusione è provocatoria: stiamo affrontando sia una crisi della verità sia una crisi del significato. Per costruire democrazie più resilienti, dovremmo riconoscere che l’impegno verso la verità è solo una condizione parziale per una vita veramente umana, da bilanciare con altri bisogni altrettanto legittimi.
5. Trascrizioni AI in sanità: da scarto digitale a risorsa preziosa. Gli strumenti di intelligenza artificiale utilizzati in ambito sanitario, come gli “scribi digitali” che registrano e trascrivono le conversazioni tra medici e pazienti, generano enormi volumi di dati che attualmente vengono eliminati quasi subito. Questa prassi nasce principalmente da preoccupazioni legate alla responsabilità legale e professionale. Sul New England Journal of Medicine Katherine Katherine Goodman e Daniel Morgan, epidemiologi della University of Maryland School of Medicine di Baltimore, hanno un punto di vista diverso: queste trascrizioni, comunemente considerate “scarti digitali” (digital exhaust), potrebbero invece rappresentare un “oro digitale” (digital gold). Se conservate e gestite con criteri di responsabilità, potrebbero servire a verificare l’attendibilità degli strumenti di intelligenza artificiale, migliorare la qualità della documentazione sanitaria e fornire nuove prospettive sulle dinamiche della relazione medico-paziente. Le trascrizioni delle visite cliniche permetterebbero infatti di studiare su larga scala la comunicazione clinica, della diagnosi e della malattia. Ad esempio, la probabilità di errore diagnostico aumenta quando i medici interrompono i pazienti più spesso? I pazienti affetti da tumori rari menzionano sintomi impercettibili e non riconosciuti anni prima della diagnosi? Qual è la reale ampiezza dei sintomi descritti dai pazienti, al di là della nomenclatura medica standardizzata e delle frasi ad effetto semplificate (ad esempio, “il peggior mal di testa della mia vita”) tipicamente utilizzate in medicina? Rispondere a queste domande su larga scala, cosa che in precedenza era impossibile, offre potenti opportunità per trasformare l’assistenza ai pazienti e migliorare i risultati. Distruggere queste trascrizioni impedisce questi progressi, mentre conservarle in modo sicuro richiede nuove scelte organizzative e di governance. La questione solleva un dibattito che va oltre gli aspetti tecnici, toccando dimensioni culturali ed etiche fondamentali: come trovare il giusto equilibrio tra protezione dei dati, trasparenza e potenziale conoscitivo nell’impiego dell’intelligenza artificiale in campo sanitario?
Dagli Stati Uniti all’Italia, tre punti di vista a confronto: Sheila Feit, Roberto Scavone e Mario Lendini
La fragilità sistemica e il diritto alla cura negato
Dalle pagine del BMJ, STAT, The New York Times, lavoce.info e il Giornale Italiano di Cardiologia
