Promuovere la ricerca, allenare lo sguardo critico
Dalle pagine di Nature, Sensible Medicine, The BMJ, The New Yorker e The Economist
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Dalle pagine di Nature, Sensible Medicine, The BMJ, The New Yorker e The Economist
1. Senza scienza non può esserci sviluppo. Mentre i Paesi ricchi riducono i finanziamenti alla cooperazione internazionale e deviano risorse verso la difesa, la rivista Nature lancia l’allarme: la scienza non è un lusso per pochi ma una necessità per tutti perché senza investimenti nella scienza lo sviluppo sostenibile globale è in pericolo [1]. Università e centri di ricerca sono motori fondamentali di crescita economica e innovazione, soprattutto nei Paesi a medio e basso reddito. Tuttavia, nonostante la “Pact for the Future” delle Nazioni Unite abbia riconosciuto il ruolo chiave della ricerca per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, alla recente Conferenza internazionale di Siviglia sullo sviluppo, solo una minima parte delle iniziative ha incluso la scienza tra le priorità. L’editoriale sottolinea l’urgenza di considerare nuovi strumenti finanziari destinati alla ricerca scientifica e all’istruzione superiore per colmare il vuoto lasciato dal disimpegno degli Stati Uniti e di altri Paesi – quali Regno Unito, Paesi Bassi e Germania – che stanno tagliando i fondi agli aiuti esteri, dirottando risorse verso la spesa militare. Come? Secondo Nature le banche regionali di sviluppo potrebbero diventare attori chiave nel finanziamento della scienza. Alla conferenza di Siviglia, istituti come la Banca africana di sviluppo, la Banca asiatica di investimento per le infrastrutture e la Banca islamica di sviluppo hanno discusso di come rafforzare il proprio impegno in questo ambito. Attualmente, i loro investimenti nella ricerca sono limitati, ma esistono già iniziative come il sostegno all’istruzione da parte della Banca africana e programmi di borse di studio della Banca islamica. La proposta di Nature è chiara: costruire sistemi di finanziamento autonomi, capaci di promuovere uno sviluppo duraturo e basato sulla conoscenza, adottando strategie simili a quelle usate per finanziare infrastrutture pubbliche come energia e trasporti.
2. Quando i dati ingannano. Sul blog Sensible Medicine [2], il medico statunitense Adam Cifu riflette sulla propria esperienza nella compilazione dei certificati di morte, evidenziando quanto spesso le cause registrate siano approssimative o basate su supposizioni. Cifu – noto per la sua battaglia contro il churnalism, cioè il giornalismo superficiale che rilancia comunicati e studi senza un’analisi critica, oltre che contro studi mal disegnati e conclusioni esagerate – utilizza questa testimonianza per sollevare una domanda più ampia: quanto sono affidabili i dati di mortalità e cosa succede quando li si prende per veri senza approfondire? La riflessione parte un’inchiesta che dimostra come l’aumento della mortalità materna negli Stati Uniti sia in realtà dovuto a un cambiamento progressivo nella registrazione dei decessi. Dal 2003, gli Stati americani hanno adottato nuovi certificati di morte più precisi nell’identificare i casi di mortalità materna, ma il passaggio non è stato uniforme, dando così l’impressione di un incremento graduale dei casi. Il tema solleva anche interrogativi sulle comparazioni internazionali, poiché modalità di raccolta e classificazione variano tra paesi e le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità cercano di correggere queste differenze, ma non sempre con successo. “Anche da scettico, non ho messo in discussione i dati sulla mortalità materna — e avrei dovuto farlo,” ammette Cifu. Il suo racconto è un invito alla prudenza: osservare i dati senza spirito critico può portare a interpretazioni errate, soprattutto in ambito sanitario. La lezione, conclude, non è nuova ma essenziale: quando leggiamo un abstract, una notizia o un titolo allarmistico, mettiamo da parte le nostre convinzioni iniziali e leggiamo i dati con rigore.
3. La morte annunciata del web aperto. L’ascesa di ChatGPT e dei suoi numerosi concorrenti sta mettendo in discussione non solo il dominio di Google come motore di ricerca, ma l’intero modello del web aperto. Ne discutono in molti, tra cui anche The Economist [3]. Sistemi di intelligenza artificiale (IA) in grado di fornire risposte sintetiche e pertinenti rischiano di sostituire l’esperienza tradizionale di ricerca, basata su elenchi di link. Browser come Comet di Perplexity e agenti come Operator di OpenAI inaugurano un nuovo paradigma: non si limitano a cercare, ma interagiscono con la rete al posto nostro. Questa trasformazione ha conseguenze profonde: siti come Wikipedia, testate giornalistiche e forum stanno perdendo traffico, e con esso le entrate pubblicitarie. Ora, i produttori di contenuti cercano di farsi pagare dalle aziende di IA che si nutrono delle loro informazioni. Se non ci riusciranno, il web rischia di diventare una rete sempre più chiusa, mediata da intelligenze artificiali che aggregano informazioni senza indirizzare l’utente verso le fonti originali. Il ragionamento di The Economist è chiaro: l’IA “consuma” i contenuti per generare risposte, ma non genera traffico verso i siti originari. Di conseguenza, il sistema economico del web aperto – basato su pubblicità, accessi e visibilità – si incrina. Ma c’è dell’altro: l’IA non è solo un nuovo strumento di ricerca, bensì una nuova architettura della conoscenza, capace di organizzare la complessità in modi che prima mancavano. In un’epoca in cui la velocità del cambiamento genera ansia, la vera sfida è smettere di incasellare l’ignoto in categorie note e accettare che anche il modo in cui cerchiamo – e conosciamo – stia cambiando radicalmente.
4. Chi cerca trova un farmaco che già esisteva. Sfogliando le pagine di The New Yorker [4] leggiamo la storia di David Fajgenbaum che ha rischiato di morire per una malattia rara e incurabile, finché non ha trovato una cura tra i farmaci già in commercio. Si è salvato grazie al sirolimus, usato normalmente nei trapianti, e da allora ha fondato Every Cure, una no-profit che usa l’intelligenza artificiale per ripescare farmaci esistenti e abbinarli a malattie senza terapia. La piattaforma si chiama MATRIX e setaccia migliaia di molecole, incrociando dati genetici, clinici e biologici per scoprire nuove combinazioni. Funziona: pazienti con malattie rarissime hanno trovato sollievo grazie a trattamenti impensabili, ma già disponibili. Nel mondo della farmaceutica, dove contano brevetti e profitti, Every Cure segue un’altra logica: curare subito, con ciò che c’è. E spesso, dice Fajgenbaum, “la cura è già lì. Solo che nessuno la sta cercando”.
5. Non scambiamo la carità per giustizia. Jason Denoncourt, studente del terzo anno di medicina e volontario alla Worcester free care collaborative, prende spunto da una celebre frase del medico William Osler – “il cuore è impegnato tanto quanto la mente” – per ragionare sul divario tra gli ideali umanistici della professione medica e la realtà di un sistema sanitario statunitense sempre più orientato al profitto.In questo contesto, racconta nella rubrica “BMJ Student” della rivista The BMJ [5], molte persone escluse dalla medicina di base – ad esempio, per mancanza di assicurazione sanitaria – trovano nelle cliniche gratuite l’unica possibilità di cura. Spesso gestite da studenti e medici volontari, queste strutture sono oggi parte integrante della formazione medica: negli Stati Uniti il 75 per cento delle scuole di medicina le include nei propri programmi, riconoscendone il valore pratico e formativo. Ma Denoncourt solleva una domanda scomoda: è giusto che chi non ha alternative debba affidarsi a studenti inesperti? Pur riconoscendo il valore educativo e sociale di queste esperienze, Denoncourt critica il rischio di legittimare un sistema che delega a studenti e volontari – già sotto pressione – il compito di tamponare ingiustizie strutturali. Le cliniche gratuite, scrive, sono una toppa, non una soluzione: non affrontano le cause profonde delle disuguaglianze, né garantiscono cure primarie di qualità per tutti. Per il giovane futuro medico la medicina deve restare una vocazione, ma questa vocazione deve esigere giustizia, non affidarsi alla sola carità. È necessario investire nella medicina di base, rimuovere le barriere all’accesso e non lasciare che il peso dell’equità sanitaria ricada solo su studenti e medici volontari.
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. Editorial. Without science, there can be no development. Nature, 15.07.2025
2. Cifu A. Maternal mortality, death certificates, and churnalism, 17.05.2025
3. AI is killing the web. Can anything save it? The Economist 14.07.2025.
4. Khullar D. Can AI find cures for untreatable diseases: using drugs we already have? The New Yorker, 15.07.2025
5. Denoncourt J. Volunteering in free clinics carries a moral cost for medical students. BMJ 2025; 390: r1306.
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