La guerra del Vietnam senza fine e la sanità da salvaguardare
Dalle prime pagine dei media internazionali e nazionali
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Dalle prime pagine dei media internazionali e nazionali
Foto di NARA & DVIDS Archive
1. Vietnam e la guerra che non ha fine. 1 novembre 1955 – 30 aprile 1975: sono le date da incidere su una lapide immaginaria che ricordi una delle guerre più devastanti del Novecento, quella in Vietnam. A cinquant’anni dalla sua fine la guerra non è ancora finita: decine di migliaia di persone ne subiscono ancora le conseguenze. Tra queste, quelle dell’Agente Arancio, un diserbante tossico impiegato dalle forze statunitensi per defogliare le giungle tropicali, dopo che il napalm — usato per incendiare intere aree forestali — si era rivelato insufficiente a stanare il nemico. Il governo vietnamita stima che circa 5 milioni di persone siano state esposte a sostanze tossiche, con decine di migliaia di morti e molte altre che hanno sviluppato problemi di salute, malformazioni, disabilità, tumori e malattie della pelle a causa del contatto diretto o indiretto con la diossina: i segni di quella guerra sono ancora evidenti, anche nei figli di ha vissuto la guerra, e sono destinati a perdurare. Nonostante decenni di sforzi, gran parte del territorio resta contaminato. Il Vietnam ha avviato operazioni di bonifica, spesso con fondi statunitensi, ma la cooperazione è stata altalenante e oggi è minacciata da tagli agli aiuti internazionali decisi da Donald Trump, spiegano i giornalisti Aniruddha Ghosal e Hau Dinh di AP – Associated Press. Secondo gli esperti, se i progetti venissero interrotti, la diossina presente nel suolo rischierebbe di espandersi e colpire nuove persone. A ciò si aggiunge l’incertezza scientifica: gli effetti a lungo termine sulla salute restano ancora parzialmente studiati. Nonostante la crescente collaborazione tra i due Paesi, molti in Vietnam temono che gli Stati Uniti si tirino indietro, lasciando incompiuto un risanamento necessario per la salute umana e ambientale.
2. Ecocidio in Vietnam: il conflitto che avvelena il futuro. La guerra del Vietnam non ha solo lasciato milioni di vittime umane, ma ha prodotto una catastrofe ambientale ancora visibile a distanza di cinquant’anni. Le foreste tropicali, le mangrovie e gli ecosistemi sono stati devastati dall’uso massiccio di armi chimiche (come l’Agente Arancio), incendiari (napalm) e tecnologie di distruzione ambientale. Già negli anni Sessanta, il termine “ecocidio” fu coniato per descrivere queste pratiche. Tuttavia, commenta Pamela McElwee della Rutgers University sul The Conversation, nonostante l’evidenza dei danni, gli sforzi per restaurare gli ecosistemi sono rimasti limitati, e i trattati internazionali che regolano la guerra non hanno imposto obblighi efficaci di risanamento. Le devastazioni ambientali causate dalla guerra in Vietnam — ancora oggi documentabili in suoli contaminati, biodiversità ridotta e terre inospitali — offrono una lezione cruciale: i conflitti armati non distruggono solo le vite umane, ma anche i sistemi naturali che le sostengono. Il problema, però, è tuttora attuale: dai roghi di petrolio nel Golfo Persico all’inquinamento causato dai conflitti in Ucraina, Siria e Gaza, le guerre moderne continuano a produrre gravi danni ambientali. Eppure, l’ecocidio non è ancora riconosciuto come crimine internazionale, nonostante una campagna per includerlo nello Statuto della Corte Penale Internazionale accanto a genocidio e crimini di guerra. Vietnam è stato il primo Paese a riconoscere legalmente l’ecocidio come crimine contro l’umanità, ma finora senza conseguenze pratiche. La lezione del Vietnam è chiara: senza volontà politica e strumenti giuridici efficaci, la distruzione ambientale resterà impunita — e si ripeterà.
3. Insieme per la nostra sanità pubblica. “La generazione dei nostri genitori ha lottato per costruire un servizio sanitario pubblico universale, gratuito e presente al momento del bisogno e finanziato dalla fiscalità generale.” Così – scrive la rivista Care – Nerina Dirindin ha aperto il proprio intervento alla presentazione in una sala del Senato della Repubblica del documento nato dal lavoro di oltre 130 associazioni che, dopo aver aderito all’appello “Non possiamo restare in silenzio. La società civile in difesa della sanità pubblica”, si sono incontrate a Firenze il 22 febbraio 2025 per riaffermare valori condivisi e individuare le azioni fondamentali per rilanciare il Servizio sanitario nazionale (Ssn), in un contesto politico e istituzionale sempre più preoccupante. L’obiettivo è unire le tante realtà che, in tutta Italia, non vogliono arrendersi al declino del SSN e chiedono un impegno concreto a decisori e forze politiche. Il documento si apre con 10 punti chiave e si articola in due capitoli: “Il rilancio del Ssn” e “L’autonomia differenziata fa male alla salute”. Non ha ambizioni di esaustività, ma indica con chiarezza cosa non fare e cosa invece è possibile e necessario fare da subito per invertire la rotta.
4. Lecanemab in Europa, critiche alla decisione dell’Ema. Un gruppo di esperti europei ha espresso forti riserve sull’autorizzazione da parte della Commissione europea del farmaco lecanemab per la forma iniziale della malattia di Alzheimer. In una lettera pubblicata sul BMJ, neurologi e ricercatori del comitato consultivo scientifico dell’Ema, Agenzia europea per i medicinali, denunciano un approccio troppo permissivo, basato su dati fragili e analisi parziali. Il farmaco, inizialmente respinto nel 2024 per la scarsa efficacia e i potenziali effetti collaterali gravi, ha ottenuto il via libera dopo il ricorso del produttore, ma solo per i pazienti portatori di una sola copia o di nessuna copia del gene ApoE4. In questo gruppo, il rischio di effetti collaterali dannosi è risultato minore del rischio per la popolazione totale dello studio, che includeva persone con due copie del gene ApoE4. Secondo gli autori della lettera sul BMJ, si tratta di una concessione fondata su un’analisi di sottogruppo che non può sostituire evidenze robuste su tutta la popolazione studiata. “La differenza tra trattamento e placebo è statisticamente significativa, ma clinicamente irrilevante”, scrivono. E gli effetti collaterali – tra cui edemi cerebrali e microsanguinamenti – complicano ulteriormente il bilancio rischio-beneficio. Il timore è che l’approvazione possa generare false speranze nei pazienti e gravare ulteriormente su sistemi sanitari già sotto pressione. Tra i firmatari italiani figurano Francesco Nonino, neurologo ed epidemiologo e direttore di Cochrane Italia, Carlo Colosimo dell’AO Santa Maria di Terni e Luca Massacesi dell’AOU Careggi di Firenze che auspicano una riflessione più attenta sull’uso di farmaci ad alto costo e beneficio incerto in ambito neurodegenerativo.
5. Ogni medico si trova davanti a questo dilemma. Cinque anni fa, nel bel mezzo della pandemia, una dottoressa della terapia intensiva del Brigham and Women’s Hospital di Boston si è trovata davanti a una scelta difficile: accettare la richiesta di un familiare di somministrare un integratore erboristico a una sua paziente intubata per le complicanze del covid, pur sapendo che non aveva alcuna evidenza scientifica di efficacia. A raccontarlo è lei stessa ‒ Daniela J. Lamas ‒ in un articolo pubblicato sul New York Times, dove riflette sui compromessi etici che i medici si trovano a fare per non perdere la fiducia dei pazienti e dei loro cari. “In quel momento non cercavano una cura miracolosa, ma qualcuno che li ascoltasse”. Alla fine, ha scelto di somministrare l’integratore, spiegando però la sua inutilità. Questa storia solleva una domanda scomoda: è accettabile fare qualcosa di inutile, purché innocuo, per rassicurare i familiari? La risposta, ammette la dottoressa, non è semplice. Alcuni colleghi pensano che in casi eccezionali si possa cedere, per mantenere una relazione e provare a curare comunque il paziente. Mentre altri vedono questa concessione come pericolosa: se si fa un’eccezione, si rischia di minare la credibilità della medicina in generale. Il racconto si inserisce in un più ampio dibattito etico che ha attraversato la sanità durante l’emergenza Covid: tra rigidità scientifica e umanità, tra linee guida e relazioni di cura. E ricorda che, anche in medicina, non sempre le decisioni migliori sono quelle perfette.
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. Ghosal A, Dinh H. The Vietnam War ended 50 years ago, but the battle with Agent Orange continues. AP news, 28 aprile 2025.
2. McElwee P. 50 years later, Vietnam’s environment still bears the scars of war – and signals a dark future for Gaza and Ukraine. The Conversation, 29 aprile 2025.
3. Il rilancio del Ssn è possibile: un appello per il diritto alla salute. Careonline, 29 aprile 2025.
4. Bakchine S, Colosimo C, Emilsson E, et al. Concerns about the approval of lecanemab for Alzheimer’s disease. BMJ 2025: 389: r778.
5. Lamas DJ. Every doctor faces this dilemma. The New York Times, 20 aprile 2025.
Oltre ad essere inumana la xenofobia è controproducente: la nota di Pirous Fateh-Moghadam
Il paziente davanti a pareri medici contrastanti e all’incertezza: Camilla Alderighi
L'editoriale di Guido Giustetto
