La buona ricerca, nobel al maschile, medici impazienti
Le cinque letture di questa settimana: Nature, The BMJ, Stat e Fierce Pharma
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Le cinque letture di questa settimana: Nature, The BMJ, Stat e Fierce Pharma
1. La ricerca fa anche cose buone. Le notizie sulla ricerca sulla malattia di Alzheimer portano spesso alla nostra attenzione storie di falsificazioni di dati, di frodi nella comunicazione dei risultati degli studi, di conflitti d’interesse che condizionano radicalmente la credibilità delle ricerche condotte. Pensiamo a molti articoli sospetti e a uno studio-chiave del ricercatore dell’università di Miami in Florida, Sylvain Lesné ritirato da una delle riviste scientifiche più note del mondo. Ricerche che hanno consumato ingenti risorse economiche pubbliche e hanno illuso pazienti e loro familiari, contribuendo alla crisi di credibilità della scienza. Anche per questi motivi, è importante celebrare, a poca distanza dalla sua morte, il neurologo colombiano Francisco Lopera, scomparso all’età di 73 anni, il cui impegno ha cambiato il corso della ricerca sulla malattia di Alzheimer, sia per le intuizioni sui meccanismi fisiopatologici sia per l’approccio pragmatico “shoe-leather”, improntato alla conoscenza profonda e umana delle famiglie delle quali uno o più componenti erano colpiti dalla malattia. Come racconta Nature, Lopera ha incontrato migliaia di persone di una stessa famiglia, analizzando le storie dei singoli per seguire la diffusione della demenza ereditaria. “Questo livello di fiducia tra medico e paziente è diventato il fondamento di uno studio clinico al quale, per la prima volta, una singola e vasta famiglia ha accettato di partecipare.” Lopera è riuscito a identificare una mutazione responsabile della malattia di Alzheimer ad insorgenza precoce, ma il lavoro paziente del gruppo di ricercatori da lui coordinato è anche servito per individuare, in qualche membro della famiglia, rari geni protettivi che possono ritardare di decenni l’insorgenza della malattia. Sono più di cinquecento i cervelli donati alla ricerca scientifica dalla famiglia colombiana convinta da Lopera a partecipare alla ricerca scientifica: un patrimonio prezioso, un’opportunità straordinaria per approfondire le origini genetiche di una malattia per la quale si è ancora in cerca di una terapia [1].
2. Libera i caregiver e rimborsami il farmaco. Se negli Stati Uniti le persone che si occupano dei propri familiari affetti da demenza fossero pagati per l’assistenza quotidiana che forniscono, guadagnerebbero in media 114.000 dollari. C’è poco da sorprendersi e una stima di questo tipo è ben chiara alle persone coinvolte nella cura. La cosa che rende questa valutazione una notizia è che la fonte è Otsuka, casa farmaceutica giapponese che collabora con un’altra azienda storicamente presente in ambito neurologico come Lundbeck al posizionamento del brexiprazolo per il contenimento dell’agitazione nelle persone sofferenti di malattia di Alzheimer [2]. La strategia dell’azienda è trasparente: quantificando in nove ore di assistenza giornaliera più due ore di reperibilità e guardando agli stipendi medi per questo tipo di lavoro, il peso economico della cura può essere portato all’attenzione delle autorità regolatorie per giustificare non solo l’approvazione dell’indicazione d’uso del prodotto (avvenuta già nel maggio 2023 da parte della Food and drug administration) ma l’alto costo mensile della terapia che negli Stati Uniti può arrivare quasi a 2.000 dollari per i pazienti privi di un’assicurazione sanitaria. È l’ennesima conferma del cambiamento di strategia di marketing delle industrie che lavorano nella sanità: a essere corteggiati sono i decisori, molto più dei prescrittori.
3. Nobel al maschile. Da quando i premi Nobel sono stati istituiti, nel 1901, solo 25 donne sono state premiate per i propri meriti nelle discipline scientifiche. Quest’anno sono maschi tutti e sette i premiati in chimica, fisica e fisiologia e medicina. Ne ha parlato un approfondito articolo uscito sul media Stat l’11 ottobre che ha sottolineato l’incoerenza tra le decisioni dell’accademia svedese e la parità di genere sostanzialmente raggiunta in moltissime aree della ricerca [3]. Però, in fin dei conti, le ricercatrici donne continuano a scontare la propria ribellione ai comportamenti sessisti dei colleghi, la riduzione dei tempi di lavoro conseguente alla nascita dei figli o all’accudimento di parenti anziani, i condizionamenti nel progresso della carriera e la discriminazione nelle posizioni della propria firma in esito a studi pubblicati: solo eccezionalmente prime o ultime autrici. L’articolo punta il dito anche su un altro aspetto, poco conosciuto: “Il comitato del Nobel limita i premi a tre persone, il che, secondo alcuni ricercatori è un approccio superato per celebrare scoperte dovute sempre più spesso ad ampie collaborazioni. Se non bastasse, un economista della Darmouth university negli Stati Uniti – Paul Novosad – ha dimostrato che i vincitori del Nobel tendono anche a provenire da ambienti socioeconomici privilegiati. “I premiati provengono da famiglie con padri che si collocano all’87esimo percentile di reddito nel loro Paese. Circa la metà si trovava nel 5 per cento superiore del reddito. Le donne vincitrici tendevano a provenire da famiglie ancora più elitarie, il che, scrivono gli autori, potrebbe essere dovuto al fatto che lo status socioeconomico più elevato le aiuta a superare alcuni degli ostacoli di genere nel mondo accademico. Ma significa che le donne d’élite nelle scienze provengono da un bacino socioeconomico ancora più piccolo rispetto agli uomini, il che implica una sostanziale cattiva allocazione”. Insomma, se sei donna puoi farcela ma solo se sei molto ricca.
4. Medici impazienti. La quarta notizia scelta questa settimana non è un argomento nuovo: quando il medico diventa paziente. C’è ampia letteratura sull’argomento ma è una cosa talmente sentita che il BMJ gli dedica un articolo di opinione e una parte della Editor’s choice del direttore, Kamran Abbasi [4]. Una delle cose più interessanti arriva dalla testimonianza di una medica, Anisha Patel, alla quale è stato diagnosticato un cancro all’intestino all’età di 39 anni: “Essere un medico è sicuramente un’arma a doppio taglio quando si è un paziente. In ambito sanitario, come medico, si cerca di avere il controllo della situazione, ma quando si è un paziente questo controllo lo perdi. Sei nelle mani di altre persone e sei indifeso. Anche se la gente pensa che come medico si sappia cosa succederà, non è così… non ci si può preparare per quello che si prova davvero”. Poi c’è il dilemma di dove farsi curare: nell’ospedale dove si lavora? Oppure è preferibile rivolgersi a colleghi non conosciuti? “Gli studi pubblicati suggeriscono che i medici che scelgono di essere curati nel proprio ospedale godono di una corsia preferenziale: i tempi degli esami sono accelerati, l’attesa per gli appuntamenti in ambulatorio sono ridotti, in quanto i colleghi cercano di far visitare un collega il più rapidamente possibile. Ma allo stesso tempo possono esserci preoccupazioni per la riservatezza: le informazioni sulle loro condizioni possono essere diffuse ad altri colleghi, coinvolti o meno nelle loro cure.” Il BMJ dà voce a un’altra paziente oncologica, Liz O’Riordan, che ha voluto essere curata dai propri colleghi dopo la diagnosi di cancro della mammella: “Avevo lavorato in ospedale, mi fidavo dell’équipe, ma ho dovuto accettare di non essere più amica della medica mio dirigente. Ho perso una cara amica, così che lei potesse curarmi. È difficile curare persone che si conoscono bene, perché sono in gioco delle emozioni.” Un aspetto molto interessante e importante riguarda la comunicazione: i medici che curano altri medici hanno la tentazione di non accompagnare il paziente attraverso la spiegazione dei meccanismi che possono aver causato la malattia, le indagini diagnostiche, la gestione e la prognosi, come farebbero con un paziente non medico. Finendo col dire “So che tu lo sa già”. E può essere vero: “molti medici-pazienti spesso lo sanno già – leggiamo sul BMJ – ma hanno bisogno delle stesse informazioni di qualsiasi altro paziente, dello stesso tempo per elaborare le cattive notizie e delle stesse possibilità di fare domande” [4].
5. Una persona preziosa. “Richard Holloway, un tempo vescovo di Edimburgo, sarebbe, ne sono certo, una buona persona da avere accanto quando si sta per morire.” Sebbene lette a distanza di tempo dalla loro pubblicazione, le parole di Richard Smith – che per molti anni ha diretto il BMJ – catturano come sempre il lettore: “Non vi farebbe iniezioni, non vi inserirebbe una flebo e non vi prescriverebbe farmaci, ma vi darebbe spazio per riflettere sulla vostra vita, sui suoi fallimenti, tradimenti e inganni, così come sui suoi successi e momenti meravigliosi. Anche se non è cattolico, sembra suggerire qualcosa di simile a una forma di confessione. Vi inviterebbe a pensare alle tante persone che avete amato, la maggior parte delle quali, se siete anziani, sono già morte. Vi unirete a loro, sarete insieme.” Lo spunto per il post di Smith lo ha dato il desiderio i commentare il libro di Halloway, il cui titolo in inglese recita Waiting for the last bus (la traduzione italiana di Einaudi ha come titolo La dolcezza dell’addio). In queste pagine, l’autore disegna la religione anche come un’arte, utile per affrontare il dubbio e l’incertezza insite nella vita e nell’impossibilità di comprendere l’universo. “La morte e il morire sono stati presi in mano dalla professione medica”, scrive Halloway; “e ci sono molte evidenze che suggeriscono che la medicina veda la morte non come un’amica che potremmo imparare ad accogliere, ma come un nemico a cui resistere fino alla fine.” Il passo successivo è vivere l’ultimo periodo della propria vita come una battaglia inevitabilmente perduta, “piuttosto che come il calare del sipario sul nostro momento sul palcoscenico, qualcosa che abbiamo sempre saputo essere nel copione” [5].
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