Dal buco dell’ozono al nostro futuro con l’intelligenza artificiale
Dalle pagine delle riviste internazionali: Nature, The BMJ, European Heart Journal, Hasting Center e The Free Press
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Dalle pagine delle riviste internazionali: Nature, The BMJ, European Heart Journal, Hasting Center e The Free Press
1. AI: un futuro promettente, ma da maneggiare con cautela. Sempre più l’intelligenza artificiale (AI) viene presentata come soluzione universale, dalla diagnostica per immagini alla lotta al cambiamento climatico. Ma nel suo editoriale sul BMJ, il direttore Kamran Abbasi invita a distinguere tra entusiasmo e applicazioni concrete, tra soluzioni promettenti e rischi concreti. Tra gli strumenti più convincenti Abbasi cita i sistemi di supporto amministrativo, come per esempio gli ambient scribe che assistono i medici nella trascrizione automatica delle visite e che liberano i medici da compiti burocratici a beneficio della relazione con il paziente. “L’intelligenza artificiale ha un ruolo importante da svolgere in campo medico”, scrive il direttore del BMJ, “ma dobbiamo assicurarci che le applicazioni siano sicure, efficaci e non riproducano o amplifichino pregiudizi esistenti. La tecnologia ha il compito di amplificare il giudizio umano, non di sostituirlo”. Risultano invece più complesse le applicazioni diagnostiche e formative, dove mancano ancora evidenze solide sui benefici clinici. Inoltre, l’uso dell’AI solleva interrogativi sull’eventuale de-skilling del personale sanitario, sulla riproduzione di bias insiti nei dati e sulla possibilità di “allucinazioni” o errori da parte degli algoritmi. Per affrontare questi rischi, l’editoriale evidenzia l’importanza di valutazioni metodologicamente rigorose secondo standard riconosciuti. Un esempio è la checklist Tripod+AI, sviluppata per migliorare la trasparenza e la correttezza nella comunicazione degli studi che sviluppano o valutano modelli predittivi clinici, in particolare quelli che utilizzano tecniche di AI e apprendimento automatico. La conclusione dell’editoriale di Abbasi richiama alla responsabilità condivisa: se l’AI potrà salvarci o danneggiarci, dipenderà dalla saggezza di chi la progetta e anche di chi la utilizza. Il futuro dipenderà dall’integrazione virtuosa tra AI, giudizio umano e solide evidenze scientifiche.
2. Cosa ha insegnato la scoperta del buco dell’ozono? Nel quarantesimo anniversario della scoperta del buco dell’ozono sopra l’Antartide, pubblicata l’1 maggio del 1985, la rivista Nature celebra una delle più grandi vittorie della scienza e della cooperazione internazionale. L’adozione del Protocollo di Montreal nel 1987, in risposta alla scoperta del ruolo dei gas clorofluorocarburi nel deterioramento dello strato di ozono, ha portato a una riduzione del 99 per cento delle emissioni di sostanze nocive. Il successo di questa iniziativa rappresenta oggi un modello per affrontare le attuali crisi ambientali: solo un’azione condivisa e fondata su evidenze scientifiche può produrre risultati duraturi. Nature sottolinea come il caso dell’ozono dimostri che normative ambientali rigorose non danneggiano l’economia, ma possono invece stimolare innovazione e benefici economici a lungo termine, con un valore stimato di 460 miliardi di dollari in costi sanitari evitati solo negli Stati Uniti. Il richiamo alla cooperazione si collega al tema della responsabilità intergenerazionale affrontato in un altro editoriale sulla crisi climatica. Secondo una recente analisi, i bambini e adolescenti di oggi affrontano un clima ostile senza precedenti: ondate di calore, raccolti compromessi, inondazioni, siccità, incendi boschivi e cicloni tropicali li colpiscono con un’intensità che le generazioni precedenti non hanno mai sperimentato. Circa 62 milioni di bambini nati nel 2020 continueranno a subire un’esposizione senza precedenti alle ondate di calore, anche nello scenario più ottimistico con un (solo) aumento di 1,5°C delle temperature. Gli scienziati, in collaborazione con Save the Children, chiedono alla COP29 impegni concreti, tra cui un piano da 300 miliardi di dollari annui per proteggere i più vulnerabili. Tra la storia dell’ozono e il presente del cambiamento climatico emerge un filo conduttore: serve una comunità globale capace di ascoltare la scienza, agire con coraggio e riconoscere il proprio dovere verso le generazioni future.
3. Scompenso cardiaco: il paradosso della cura specialistica. Nonostante mezzo secolo di progressi nella cura dello scompenso cardiaco, troppe terapie efficaci non vengono adeguatamente utilizzate. È il monito di Lars Lund del Karolinska institutet, in un editoriale sull’European Heart Journal che commenta uno studio francese presentato al congresso Heart Failure 2025. L’analisi, condotta su oltre 650.000 pazienti, mostra che una sola visita annuale dal cardiologo riduce sensibilmente il rischio di morte e ospedalizzazione. Eppure, in Francia — e non solo — il follow-up specialistico è tutt’altro che garantito: il 40 per cento dei pazienti con scompenso non incontra mai un cardiologo. I ricercatori propongono un modello di stratificazione basato su due soli criteri — uso di diuretici e ospedalizzazione recente — per facilitare l’identificazione dei pazienti da indirizzare allo specialista. È un richiamo a ripensare i percorsi assistenziali della cronicità, troppo spesso affidati alla medicina generale, sovraccaricata e priva di strumenti adeguati per gestire patologie complesse come lo scompenso cardiaco. “Cosa ce ne facciamo di 50 anni di trial e innovazione, se poi le terapie non vengono usate?”, si chiede Lund. Una domanda che chiama in causa scelte di programmazione sanitaria: investire in modo mirato sul follow-up e sul dialogo continuo tra specialista e medico di medicina generale, significa non solo rispondere meglio ai bisogni assistenziali di pazienti anziani fragili e caregiver, ma anche promuovere cure più efficaci e mirate che, nel lungo termine, si traducono in un risparmio per l’intero sistema socio-sanitario.
4. Specie estinte e genome editing: nuove sfide bioetiche. Sulle pagine del Bioethics Forum Essay del Hastings center, l’articolo “The existential possibilities for genome modification of species” affronta un tema ancora poco esplorato ma destinato ad acquisire crescente rilevanza: la modifica genetica delle specie non umane e le sue implicazioni etiche, ambientali ed esistenziali. Partendo da due casi limite — la possibile “de-estinzione” del lupo terribile che ha recentemente fatto notizia e l’eradicazione delle zanzare portatrici di malaria — gli autori propongono una riflessione che su cosa significhi “cura” in un’epoca in cui possiamo intervenire non solo sul corpo umano, ma sull’equilibrio stesso della vita sulla Terra. L’interrogativo di fondo riguarda il significato dell’intervento umano sul genoma di altre specie: fino a che punto possiamo (e dovremmo) spingerci e con quali conseguenze sulla biosfera e sulle relazioni tra le forme di vita? Gli autori evidenziano la necessità di costruire cornici etiche solide e inclusive, capaci di integrare conoscenze scientifiche, sensibilità ecologiche e valori culturali. Perché modificare geneticamente una specie non significa solo alterare un ecosistema: significa anche ridefinire il nostro ruolo nel mondo naturale. Queste riflessioni sul genome editing arrivano in un momento critico per la politica ambientale statunitense: con la revisione dell’Endangered species act l’amministrazione Trump, all’inizio del secondo mandato, ha escluso la distruzione dell’habitat dalla definizione di “danno” e ha dato potere all’Endangered species committee (soprannominato “God squad”) che può autorizzare deroghe alla protezione delle specie. “La capacità di riportare in vita specie estinte non cambia la necessità di preservare un habitat in cui queste specie possano tornare. Né la rara giustificazione per l’estinzione deliberata di specie significa che qualsiasi beneficio per gli umani dovrebbe prevalere sulle protezioni dell’Endangered species act. Se il ‘God Squad’ dovesse mai riunirsi, dovrebbe essere più un conclave che un comitato: raro, deliberato e profondamente impegnato nel preservare ciò che abbiamo”.
5. Cosa vuol dire invecchiare, davvero? Joe Nocera, giornalista ed editorialista di lungo corso, oggi settantatreenne, racconta sulle pagine di The Free Press la sua esperienza personale con l’invecchiamento. Da qualche anno si sottopone ogni sei mesi a una risonanza magnetica cerebrale per controllare un piccolo punto sospetto nella materia bianca del lobo frontale sinistro. I medici non sono certi che sia collegato alla crisi parziale che lo ha colpito tempo fa, ma preferiscono monitorarlo con regolarità. Nocera confessa di non essere “bravo a essere vecchio”. Ogni controllo è fonte di fastidio, insofferenza, scarsa adesione. Continua a vivere con lo stesso ritmo di sempre: mangia male, dorme poco, lavora troppo. Non si rassegna all’idea che il tempo lo stia cambiando. Eppure osserva con rispetto chi affronta la vecchiaia con grazia: chi accetta la vulnerabilità, chi ha saputo superare un lutto, chi ha costruito nuovi equilibri anche dopo una diagnosi grave. Da questa riflessione nasce l’idea di una serie settimanale intitolata “Ancient Wisdom”, in cui The Free Press dà voce a scrittori e scrittrici over70 che condividono esperienze e prospettive sull’invecchiare. L’obiettivo è imparare da chi ha saputo adattarsi bene a questa fase della vita, accettandone le difficoltà senza rinunciare alla gioia e al senso del vivere. Anche per i medici, che l’invecchiamento lo incontrano ogni giorno nei loro pazienti, questa serie può offrire uno sguardo prezioso. Capire come ciascuno vive il proprio corpo che cambia, la propria autonomia che si riduce, il tempo che scorre, può aiutare a costruire una cura più empatica, più concreta, più umana. “Arriva un momento”, scrive Stephen Harrigan nell’articolo che inaugura la serie, ‘in cui tutti dobbiamo accettare l’imbarazzo e la decrepitezza, quando realizziamo che il passato non può essere riconquistato e che ci sono mete che non siamo più in grado di raggiungere”.
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. Abbasi K. AI, humans, and evidence: a vision of a better future, with caveats. BMJ 2025; 389.
2. Editorial. Do look up: how science and international cooperation closed the ozone hole. Nature 2025; 641: 559-60.
Editorial. Time for adults to finally act like adults on climate change. Nature 2025; 641: 282.
3. ESC Press Office. Two out of five patients with heart failure do not see a cardiologist even once a year and these patients are more likely to die. Escardio.org, 18 maggio 2025.
4. Jason Scott Robert, Posner JW. The existential possibilities for genome modification of species. Thehastingcenter.org, 15 maggio 2025.
5. Nocera J. Introducing a New Sunday Series: Ancient Wisdom. The Free Press, 18 maggio 2025.
Per guidare e accompagnare il paziente nelle scelte: Adam Cifu
Macchine che pensano, umani che decidono? Ne parliamo con Piergiorgio Donatelli
Marco Geddes da Filicaia sulla “Salute per tutti. Storia della sanità in Italia dal dopoguerra a oggi”
