Biblioteche nel mirino e il paradosso delle corse al parco
Dalle pagine delle riviste internazionali
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Dalle pagine delle riviste internazionali
1. Trump e Musk: biblioteche nel mirino. Un ordine esecutivo emesso dall’amministrazione Trump il 14 marzo 2025 chiede l’eliminazione dell’Institute of museum and library services, l’unica agenzia federale degli Stati Uniti a supporto delle biblioteche americane. L’American library association è ovviamente sul piede di guerra: “Come vivai di alfabetizzazione e innovazione, le 125.000 biblioteche pubbliche, scolastiche, accademiche e speciali della nostra nazione meritano più, non meno supporto. Le biblioteche di tutti i tipi traducono lo 0,003 per cento del bilancio federale in programmi e servizi utilizzati in oltre 1,2 miliardi di visite di persona ogni anno e molte altre visite virtuali.” Non passa giorno che l’amministrazione Trump e soprattutto l’esecutore testamentario della democrazia statunitense, Elon Musk, non provvedano a demolire un pezzo della società civile americana.
2. Medicalizzare la passeggiata al parco. La National academy for social prescribing ha comunicato che oltre 1800 studi di medici di medicina generale hanno aderito all’iniziativa “Parkrun Practice” per promuovere la prevenzione, soprattutto tra chi fatica ad accedere all’attività fisica. L’iniziativa è volta alla “prescrizione” del parkrun, un evento settimanale gratuito di 5 km (camminata, corsa o jogging) all’aperto, nato nel Regno Unito e oggi diffuso anche altrove. Sulle pagine del BMJ, Margaret McCartney appoggia la corsa al parco come iniziativa comunitaria e salutare, ma esprime perplessità perplessità sul prescrivere un’attività fisica salutare all’aria aperta: “Trasformare il parkrun in una prescrizione lo rende meno legato al piacere e al divertimento, e più simile a un lavoro e al rispetto delle regole”. Perché prescrivere? “Prescrivere implica potere e comando: ‘Io ho l’autorità di prescrivere, e tu devi seguire i miei ordini’. All’origine, il parkrun era qualcosa da consigliare o a cui invitare chi fosse interessato; si diffondeva attraverso il passaparola, le raccomandazioni personali”. McCartney è medica di medicina generale ed editorialista del BMJ. Ha pubblicato diversi libri, tra cui The Patient Paradox, in cui denuncia il ricorso esagerato ai test per persone sane e la scarsa cura dei malati: una condizione che aggrava le disuguaglianze sanitarie e danneggia sia chi ha bisogno di cure sia chi non ne ha. Ora McCartney si interroga sul paradosso della medicalizzazione di un’attività all’aria aperta attraverso l’atto della prescrizione, che non garantisce necessariamente una buona compliance: molti iscritti a “Parkrun” non partecipano o lo fanno solo una volta. Inoltre, mette in guardia sugli effetti indesiderati della “prescrizione” di un’iniziativa che attrae sempre più interessi commerciali: la spinta alla medicalizzazione potrebbe aprire la strada a nuove forme di marketing e sfruttamento economico. Tra gli sponsor dell’iniziativa “Parkrun” figurano: la compagnia assicurativa Vitality, un’azienda produttrice di gel antinfiammatori e un’altra di bevande elettrolitiche. Una precedente partnership è stata con Healthspan, azienda che distribuisce supplementi vitaminici e integratori. Per McCartney, la corsa al parco dovrebbe rimanere una risorsa della comunità, non uno strumento del marketing.
3. La sovradiagnosi nella salute mentale. Continuando la lettura sul BMJ, passiamo dal tema della medicalizzazione a quello della sovradiagnosi, tornato al centro del dibattito pubblico sulla riforma del welfare inglese, che punta a reinserire nel mondo del lavoro persone con malattie o disabilità. Wes Streeting, segretario alla Salute e all’Assistenza sociale, ha dichiarato che diagnosticare con troppa facilità condizioni psichiche potrebbe escludere dal lavoro individui potenzialmente attivi. Questa affermazione ha suscitato diverse polemiche. La sovradiagnosi è un tema ricorrente, ad esempio negli screening oncologici o nella definizione di ipertensione, ma nella salute mentale assume sfumature più complesse, legate a fattori culturali, sociali e soggettivi. In un commento, Elspeth Davies (Università di Oxford) e Helen Salisbury (medico di base) sottolineano che, se da un lato alcune diagnosi rischiano di medicalizzare il disagio, dall’altro è fondamentale riconoscerlo e legittimarlo, senza ridurlo a una debolezza personale o a un costo per il sistema. “Le diagnosi psichiatriche possono medicalizzare la sofferenza delle persone, trasformando il disagio in una malattia da curare. Ma il rischio è che si finiscano per oscurare le vere cause del malessere. Ad esempio, un paziente può sentirsi ansioso a causa dell’insicurezza finanziaria. Il modello ‘diagnosi e cura’ potrebbe portare a diagnosticare un disturbo d’ansia e prescrivere un antidepressivo (e forse indirizzare a una terapia cognitivo-comportamentale). In questo approccio medicalizzato, però, la causa della sofferenza — la precarietà economica — viene di solito ignorata. Le persone, una volta trasformate in pazienti, possono sentirsi ‘messe da parte’, per usare le parole di Streeting, o destinate a un futuro senza speranza e segnato dalla malattia. Questa patologizzazione può ostacolare il loro percorso di guarigione”. Le autrici mettono in guardia da un equivoco diffuso: parlare di sovradiagnosi non significa negare l’esistenza del disagio, ma interrogarsi sulla pertinenza della diagnosi o del trattamento. Criticare la medicalizzazione, insomma, non può significare negare la sofferenza. Il punto, quindi, non è restringere le categorie diagnostiche, ma capire come offrire risposte adeguate a chi soffre e cerca aiuto.
4. La responsabilità perduta. In un video visto su Instagram, un pastore texano celebra il basso tasso di vaccinazioni della sua congregazione, definendolo un trionfo della “libertà sanitaria”. Un messaggio che solleva interrogativi, soprattutto alla luce dell’epidemia di morbillo che ha colpito gli Stati Uniti – e in particolare il Texas, dove si concentra la maggior parte dei casi, due dei quali mortali. Per un medico che ha lavorato in terapia intensiva durante la pandemia – scrive su STAT MeiLan Han, primaria della Divisione di Pneumologia e Terapia intensiva presso l’University of Michigan health – questa mentalità è allarmante e rappresenta il sintomo di un più ampio declino della sanità pubblica americana, progressivamente smantellata non solo a livello di fondi e leadership, ma anche nello spirito collettivo. Enti come i Cdc e i Nih perdono autorevolezza e risorse, mentre la fiducia nella responsabilità condivisa si sgretola. L’autore parla di una “recessione della responsabilità condivisa”, in cui le scelte sanitarie vengono viste come esclusivamente personali, ignorando il loro impatto su neonati, pazienti immunocompromessi o persone fragili. Han sottolinea che questo approccio individualista ci rende vulnerabili, soprattutto in vista di future crisi sanitarie. In nome della cosiddetta “liberty laundering” (un uso distorto del concetto di libertà per giustificare comportamenti egoistici) si evita ogni dovere verso il prossimo. Ma la salute pubblica può funzionare solo grazie a fiducia, cooperazione e impegno comune. In passato, le comunità statunitensi si sono sostenute a vicenda, anche sul piano sanitario. Oggi, conclude l’autrice, è urgente riscoprire quello spirito di solidarietà: la libertà non è assenza di responsabilità ma empatia. Senza quei valori condivisi, rischiamo di affrontare le sfide future da soli – privati proprio della forza collettiva che un tempo ci teneva uniti.
5. Giovani davanti agli schermi: per quanto tempo e come? Bambini e adolescenti trascorrono oltre tre ore al giorno davanti agli schermi, un tempo che raddoppia nei weekend. Se la tecnologia offre opportunità educative, il suo uso eccessivo può causare mal di testa, problemi alla vista, disturbi posturali e difficoltà di concentrazione, oltre a ridurre il tempo per sport, gioco e socialità. Ma bandire del tutto la tecnologia dalla scuola non è (né può essere) l’unica soluzione, come abbiamo già discusso raccogliendo diversi punti di vista. Su The Conversation, Pedro Adalid Ruíz considera fondamentale insegnare ai ragazzi a usare internet in modo critico e consapevole: competenze come il pensiero critico e la sicurezza online sono oggi essenziali. Scuole in Finlandia, Stati Uniti e Spagna stanno sperimentando modelli educativi che integrano l’uso moderato della tecnologia con attività pratiche e creative. Iniziative come “Abraza tus valores” in Spagna o quelle della “Step by Step School” negli Stati Uniti dimostrano che un equilibrio è possibile e porta benefici tangibili sia sul piano scolastico che personale. Serve però uno sforzo condiviso tra scuola e famiglia: non si tratta di rinunciare agli schermi, ma di imparare a gestirli consapevolmente in modo intelligente, affinché la tecnologia sia uno strumento di inclusione, crescita e benessere, e non un ostacolo.
I CINQUE ARTICOLI DELLA SETTIMANA
1. ALA statement on White House assault on the Institute of Museum and Library Services. 15 marzo 2025.
2. McCartney M. Prescribing parkrun: medicalising a walk in the park. BMJ 2025; 389: r670.
3. Davies E, Salisbury, H. How do we talk about overdiagnosis of mental health conditions without dismissing people’s suffering? BMJ (2025); published online 04 aprile 2025.
4. Han M. Personal choice has been weaponized to undermine public health. STAT, 8 aprile 2025.
5. Ruíz PA. Why we need to teach digital literacy in schools. The Conversation, 9 aprile 2025.
Cosa c’è da sapere e cosa possiamo fare noi pediatri: Elena Uga
Il punto di vista di Simone Pollo, filosofo
La situazione nel Torinese: intervista a Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia
