1. Fabbriche di articoli scientifici: intervenire è urgente (ed è possibile). Uno splendido articolo di Anna Abalkina, René Aquarius, Elisabeth Bik e altri grandi “investigatori” del publishing scientifico fa il punto sui “numeri”. Dei cosiddetti paper mills, vale a dire le agenzie che preparano articoli in forma scientifica a partire da dati inesistenti e ne vendono la paternità a ricercatori di ogni parte del mondo. L’articolo, pubblicato sulla rivista Nature, suggerisce anche correttivi: più informazione e educazione dei giovani ricercatori; maggiore conoscenza sulle caratteristiche formali degli articoli costruiti dal nulla; consultare database come Retraction Watch o The PubPeer Foundation; più severità nella peer review delle riviste pubblicate in modalità open access; retraction tempestive da parte delle riviste; finanziare i progetti dei research-integrity experts [1].
2. La strana vita del medico oncologo. Abbiamo costantemente a che fare con la morte e il morire, ma parliamo solo di metriche come l’impact factor o lo h-index, produttività scientifica, ricerca e denaro: non poteva dirlo meglio Vinay Prasad su Sensible Medicine. “L’oncologia accademica ha perso la sua anima. Esausti, si passa il giorno su Zoom lavorando a studi gestiti da aziende farmaceutiche.” Si sogna di fondare start-up – prosegue il clinico e ricercatore della sede di San Franciaco dell’università di California – e i borsisti aspirano a sedere nei consigli di amministrazione come i professori con cui lavorano. “Nelle riunioni non discutiamo di cose controverse, ma ci limitiamo a lodare l’ultimo studio non controllato di fase 2”. La conclusione è amara: “Diventiamo il nostro grado accademico e il nostro h-index. Siamo i nostri titoli e le nostre promozioni. Quando ci guardiamo allo specchio, smettiamo persino di vederci, invecchiati e stanchi, ma ci vediamo in giacca e cravatta, mentre facciamo una presentazione orale all’ASCO” [2].
3. Viviamo in tempi interessanti: d’accordo, ma non stiamo un po’ esagerando? L’anno è iniziato all’insegna della furia del nuovo presidente degli Stati Uniti. E la sanità è al centro del mirino. Ne hanno parlato Antonio Addis – ricercatore del Dipartimento di epidemiologia del Ssr del Lazio – e Luca De Fiore – già coordinatore dell’Associazione Liberati – in un pezzo uscito sulla rivista CARE. Robert Kennedy Jr e Jay Batthacharya potrebbero diventare figure chiave della sanità statunitense. Anche la Food and drug administration e i Centers for disease control and prevention possono cambiare rotta e, per il momento, la comunicazione esterna dei due enti statunitensi è stata paralizzata. Destra e Sinistra sembrano non essere più delle categorie capaci di determinare un’appartenenza politica: la complessità di cui molto si parla la vediamo anche da questo. “Gli americani in questo momento vedono in queste manifestazioni di forza e nei loro risultati una strada più credibile di quella dialogante, paziente e debole che attribuiscono ai Democratici” ha scritto Francesco Costa sulla newsletter “Da Costa a costa” del Post. Forse, non solo non si è usciti migliori da covid-19, ma la pandemia è stata un’occasione perduta per un esercizio di “lesson learning” al quale avrebbero dovuto partecipare tutti, chi l’ha governata e chi era all’opposizione [3].
4. Lo studio? Non è stato svolto.“Lo studio non è stato svolto” sembra uno di quegli annunci che ascoltiamo nelle stazioncine periferiche: “Si comunica che il treno #2532 oggi non è stato effettuato”. Invece è la candida ammissione di uno degli autori (o autrici) italiani di un articolo uscito su Fertility and Sterility (rivista di Elsevier) nel 2006. L’articolo è stato retracted a distanza di 19 anni dalla pubblicazione, come riferisce Retraction Watch. Lo troviamo ancora nel curriculum di una delle autrici consultabile in rete. Come (quasi) sempre accade, la pubblicazione ha svolto la sua funzione: un titolo da presentare ai concorsi e posizioni ottenute. Poco importa se dopo vent’anni viene fuori la verità: tanto chi se ne accorgerà? [4].
5. Parlare ai cittadini di medicina delle prove. Oggi più che mai c’è bisogno di fonti credibili che condividano con i cittadini principi e risultati della evidence-based medicine. Ma scrivere – in generale, comunicare – con un pubblico ampio di solito non è considerata una qualità di un clinico o di un ricercatore. Eppure – scrivere per un pubblico più vasto permette di acquisire competenze molto importanti secondo due medici della Harvard e della Alabama university che ne hanno scritto su MedPage Today. Qualche consiglio? Leggere gli articoli e gli editoriali sui media per capire quali contenuti cercano le riviste, e ovviamente che stile hanno i contenuti. Comunque sia, per essere convincenti con dei lettori non esperti occorre parlare di qualcosa che ci sta davvero a cuore. Bisogna usare esempi chiari e specifici. E scrivere con sincerità e in una forma autentica. Rileggendo quel che abbiamo scritto chiediamoci: “Cosa può essere detto in modo più semplice?” Una volta pubblicato l’articolo, c’è parecchio altro da fare. Soprattutto condividere il più possibile l’articolo con la propria rete di contatti [5].
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