Perché i medici non vogliono vedere i pazienti?
Adam Cifu sul difficile equilibrio tra poesia e prosa in medicina
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Adam Cifu sul difficile equilibrio tra poesia e prosa in medicina
Foto di Artem Saranin / CC BY
Durante una cena per il Ringraziamento, un medico di mezza età conversa con un parente anziano. Mentre si godono un cocktail prima di cena, il parente gli chiede: “Perché i medici non vogliono vedere i pazienti?”. Il medico risponde con difficoltà.
Il medico di questa storia sono io. Il parente, che rimarrà anonimo, è una persona meravigliosa, intelligente e affermata, che ha avuto accesso ad alcune delle migliori cure del nostro Paese. Dopo il mio mezzo tentativo di rispondere, ci guardammo con sguardo assente e tornammo ai nostri cocktail – credo che stessi bevendo un Negroni. Da allora quella domanda continua a tormentarmi. Adesso cercherò di dare una risposta.
Prima però due disclaimer.
Primo disclaimer. Amo ciò che faccio. Spero che chiunque abbia letto uno qualsiasi dei miei articoli “Riflessioni del venerdì” lo sappia. Se questo è il primo che leggete, vi suggerirei di fermarvi e sceglietene un paio da leggere prima di continuare questa lettura [1]. Considero un privilegio praticare la medicina. Parafrasando l’introduzione di Ending Medical Reversal: la medicina, quando praticata bene, è molto bella. Prendersi cura di chi soffre è un’attività umana autentica. L’empatia e la capacità di anticipare le mutevoli esigenze del paziente sono i tratti distintivi di un medico eccellente. La medicina clinica può anche essere una delle attività intellettuali più soddisfacenti. Il processo diagnostico e lo sviluppo di un piano di cura efficace, quando fatti bene, sono eleganti, riflessivi e parsimoniosi. Il fatto che questa attività cognitiva sia solo un mezzo per un fine più grande la rende ancora più magnifica.
Secondo disclaimer. Detesto sentire le persone lamentarsi di essere medici. Certo, tutti si lamentano del proprio lavoro, ma lamentarsi di essere medici, davvero? È inopportuno lamentarsi di un lavoro che ti paga abbastanza da rientrare nel 10-15 per cento dei professionisti con lo stipendio più alto negli Stati Uniti [2]. Inoltre è un lavoro che migliaia di persone avrebbero scelto se ne avessero avuto la possibilità. Vi è poi da considerare che la carriera medica garantisce rispetto e privilegi. Infine, se insoddisfatti, la maggior parte dei medici grazie all’istruzione, ai titoli e alla condizione di privilegio di cui godono ha la possibilità di orientarsi verso altri ambiti.
Fatte queste premesse torniamo al quesito iniziale: “Perché i medici non vogliono vedere i pazienti?”. Potrei iniziare chiedendo: “Ma è proprio vero?”. Questa domanda probabilmente non ha importanza: se un paziente lo percepisce, o è vero o siamo noi medici a trasmetterlo. Indubbiamente la considerazione del mio parente ha un fondo di verità. Mi è capitato di sentire colleghi spaventati da un turno in ambulatorio, da una giornata in sala operatoria o da una notte di guardia. L’ex primario di un reparto una volta ha detto a un collega: “Devi trovare finanziamenti in modo da poter uscire dalla medicina clinica prima che ti uccida” [3]. A questo si aggiungono i numeri sul “burnout”: nel 2021, il tasso di burnout tra i medici ha raggiunto il 63 per cento nel 2021.
Quindi accettiamo il fatto che molti medici non sono felici, probabilmente non lo sono nemmeno di vedere i pazienti. Perché?
Quando quel giorno del Ringraziamento iniziai ad abbozzare una risposta io dissi: “È un lavoro davvero difficile”. Ma mi è sembrata una risposta debole. Tanti lavori sono “davvero duri”. Certo, la medicina è davvero dura, i medici hanno a che fare ogni giorno con persone sofferenti, malate, spaventate, ansiose e morenti. Abbiamo anche a che fare con le famiglie di persone sofferenti, malate, spaventate, ansiose e morenti – famiglie con le quali spesso non abbiamo alcun rapporto.
Accettiamo il fatto che molti medici non sono felici, probabilmente nemmeno lo sono di vedere i pazienti. Perché?
Come medici, non ci si può permettere di avere una “giornata no”, un giorno in cui non si dà il massimo. Si può essere stanchi, depressi o sottotono, ma il nostro stato non può compromettere la qualità del nostro lavoro, ovunque siamo: in ambulatorio, in sala operatoria, al pronto soccorso o in ospedale. E se si ha una giornata no, e qualcuno ne paga le conseguenze, non lo si dimenticherà mai.
La pratica medica è la classica combinazione, altamente stressante, tra grande responsabilità e scarso controllo. Se ci occupiamo di persone, la responsabilità è ineludibile, ma non possiamo controllare quando hanno bisogno di noi. I lavori a contatto con il pubblico possono essere molto impegnativi e ritengo che l’attività di medico sia la più difficile di tutte. Immaginiamo una persona sull’autobus con la quale evitiamo disperatamente il contatto visivo. Poi immaginiamo che questa persona venga nel nostro ambulatorio e dobbiamo passare un’ora con lei, da soli, cercando di aiutarla a risolvere i problemi che presenta [4]. O ancora, immaginiamo la persona più presuntuosa e altezzosa che ci possa essere, qualcuno che tratta tutti come subordinati, e poi immaginate di averci a che fare quando è spaventata e impotente [5].
La pratica medica è la classica combinazione, altamente stressante, tra grande responsabilità e scarso controllo.
Non sopporto l’espressione “equilibrio tra lavoro e vita privata”. Forse perché nel mio campo (medicina interna di base) e in molti altri, l’attributo che ti rende un medico prezioso – la pronta disponibilità – rende assurda l’idea che lavoro e vita possano essere separati. Come medico, il tuo paziente è il tuo capo. Tutti noi, a volte, odiamo i nostri capi. Questo è particolarmente vero se accettiamo che il nostro capo possa avere bisogno di noi e possa chiamarci in qualsiasi momento. Anche nei giorni in cui riesco a limitare il lavoro a, diciamo, nove ore al giorno e nessuno chiama dopo l’orario di lavoro, la preoccupazione per i pazienti rimane dopo l’orario di lavoro. Dopo trent’anni di attività, ho imparato che prendere decisioni per ridurre la mia ansia è generalmente nell’interesse mio e dei miei pazienti. Tuttavia, le decine di decisioni che prendo ogni giorno hanno delle conseguenze. E mi preoccupo di queste conseguenze, a volte poco, a volte molto. Non riesco a contare il numero di volte in cui mi sono svegliato nel cuore della notte ripensando a una mia scelta.
E poi c’è il problema che spesso siamo impotenti nel risolvere il problema in questione. Non mi riferisco alla verità che, alla fine, tutti muoiono. È che molti dei problemi che affliggono i miei pazienti sono più grandi di una semplice malattia che posso curare. Ogni giorno devo fare i conti con lo stress legato alla violenza urbana l’impatto nutrizionale dei deserti alimentari e delle diete altamente processate, oltre allo stile di vita sedentario richiesto dal nostro lavoro e dall’ambiente in cui viviamo. Essere di supporto e prescrivere farmaci per l’ansia, l’ipertensione o il diabete è come applicare un cerotto a una lacerazione arteriosa che sanguina abbondantemente.
Il punto di ingresso a tutte queste “difficoltà” è l’incontro con un paziente. Non solo ogni visita di venti minuti implica altri venti minuti di oneri amministrativi, ma comporta anche sofferenza, perdita di controllo, ansia e impotenza, come descritto qui sopra. Non è forse comprensibile che i medici, a volte, si sottraggano all’idea di vedere un paziente?
Mario Cuomo ha affermato che i politici fanno campagna elettorale in versi ma governano in prosa. La medicina segue la stessa logica. In astratto, la pratica della medicina è poesia, colma di grazia, sacrificio e beneficenza. Tuttavia, nella realtà la pratica medica è prosa: un lavoro faticoso di stress e monotonia.
La medicina, idealmente, mi fa alzare dal letto ogni giorno. Sono profondamente soddisfatto e orgoglioso del mio lavoro. Non ce n’è nessun altro che preferirei fare. La realtà della medicina, però, mi fa lamentare quando il paziente delle 16:40 del venerdì pomeriggio si presenta all’appuntamento che ho scelto di inserire nella mia agenda.
Adam Cifu
Medico internista
University of Chicago
Note dell’autore
1. Credo che questo sia il mio preferito; questo quello con il maggior numero di like e questo quello che ha ricevuto il maggior numero di commenti. Questo è stato, di gran lunga, il meno popolare – a me piaceva.
2. Dato che circa il 40 per cento dei medici è sposato con altri medici, è probabile che il loro reddito familiare sia in realtà tra l’1 e il 5 per cento.
3. Sì, questo è stato detto dal primario di reparto di medicina interna. Era un indizio che questa persona non era il primario possibile e che non sarebbe durata in quella posizione.
4. Ho avuto difficoltà a scriverlo. Il fatto di curare persone che altrimenti non avrei mai incrociato è una delle parti che preferisco del mio lavoro. Soprattutto perché queste persone spesso diventano i pazienti con cui si sviluppa un legame profondo e reciproco. Ho dovuto inserire questo dato in una nota a piè di pagina perché sto facendo un ragionamento diverso.
5. La serie Succession, episodio 2, stagione 1, contiene una scena che dà un’idea abbastanza precisa di questa dinamica.
Questo articolo è la traduzione del post di Adam Cifu pubblicato su Sensible Medicine con il titolo “Friday Reflection 36: Why Don’t Doctors Want to See Patients?”. Per gentile concessione di Sensible Medicine.
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