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La bioetica è – come noto – un campo di discussione pubblica e di ricerca accademica nuovo. Sebbene alcuni dei problemi che definiamo “bioetici” si presentino prima, la parola “Bioetica” viene coniata negli anni Settanta del secolo scorso. Solo da allora questo campo di dibattito e riflessione inizia a costituirsi, consolidarsi e istituzionalizzarsi in comitati, centri di ricerca, riviste, insegnamenti universitari e altri ambiti istituzionali. Dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso fino agli anni Dieci del nuovo secolo le discussioni della bioetica hanno conosciuto una grande fioritura tanto in campo accademico quanto nella scena pubblica. In seguito, e fino ad arrivare ai giorni nostri, l’interesse per la bioetica sembra in qualche modo essere declinato e relegato, soprattutto, ai confronti fra studiosi e ai contesti istituzionali specialistici (come nei comitati etici). Sebbene questioni di pertinenza propria della bioetica siano ancora oggetto di vivace dibattito all’interno della società (un caso paradigmatico è quello della gravidanza per altri), il ruolo pubblico della bioetica e dei suoi studiosi sembra meno rilevante che in passato. Le ragioni di ciò sono molte e diverse, e qui se ne possono menzionare due che sembrano particolarmente rilevanti non solo per l’Italia, ma anche per altri contesti.

Anzitutto, c’è il fatto che molte pratiche su cui si sollevava un dibattito pochi anni fa sono oggi ampiamente presenti nella vita degli esseri umani. Le tecniche di riproduzione assistita, ad esempio, sono oggi un fenomeno assai comune e fanno parte dell’esperienza di tanti esseri umani. Al tempo stesso, anche se in modi diversi a seconda dei luoghi, diversi ordinamenti giuridici hanno legalizzato molte di quelle pratiche (se, ad esempio, il suicidio assistito è ormai legale in molti Paesi, persino l’Italia ha fatto passi in avanti grazie alle decisioni della Corte Costituzionale).

In secondo luogo, è avvenuta una trasformazione del dibattito pubblico, nel quale il ruolo degli specialisti e degli intellettuali è stato sicuramente ridimensionato. Se la prima ragione è sicuramente indicativa di uno sviluppo e un progresso della società, altrettanto non si può dire della seconda. Al netto di questa constatazione rimane da chiedersi se ci sia ancora uno spazio per la riflessione della bioetica nella società (e per il suo insegnamento). La risposta deve essere a mio avviso affermativa, per varie ragioni. Qui proverò ad articolarne una per sostenere la bioetica non dovrebbe essere un sapere residuale destinato a sparire.

Per mostrare questa ragione bisogna andare alle origini stesse della bioetica, ovvero ricordare i motivi che hanno portato alla nascita di questo particolare campo di ricerca e dibattito. La bioetica, nella sua accezione più consolidata, si definisce come una riflessione su quell’insieme di nuovi modi di nascere, curarsi e morire degli esseri umani. Un elemento caratteristico della bioetica è proprio la novità delle questioni che essa affronta. Un modo di vedere questo dato di novità (spesso praticato nel nostro Paese) è quello della cosiddetta “Bioetica difensiva”, ovvero considerare queste innovazioni come problemi che minacciano valori morali consolidati e, di conseguenza, affermare la necessità di arginare queste novità (ad esempio articolando ragioni per limitarle o proibirle).

La bioetica può (e deve) essere un campo di ricerca e discussione focalizzato sulla promozione e tutela della possibilità di scelta e autonomia degli esseri umani.

Un altro modo, che si può definire secolarizzato, è quello invece di considerare le nuove forme di nascita, cura e morte come un ampliamento delle possibilità di scelta degli esseri umani. In questa prospettiva, le novità di cui si occupa la bioetica non sono minacce a un ordine morale, ma sono nuove occasioni di riflessione e decisione autonoma per gli esseri umani. In una visione secolarizzata dell’etica, infatti, il progresso morale è reso possibile dall’ampliamento delle possibilità di scelta degli esseri umani e dallo sviluppo dell’autonomia che consegue a tale ampliamento.

Se si ha in mente questa idea di cosa sia la bioetica allora si può pensare che il suo esercizio, tanto come disciplina accademica quanto come declinazione del dibattito pubblico, sia tutt’altro che obsoleto e destinato alla residualità, se non alla sparizione. Al di là, infatti, dei casi specifici sui quali si può generare una discussione, la bioetica può (e deve) essere un campo di ricerca e discussione focalizzato sulla promozione e tutela della possibilità di scelta e autonomia degli esseri umani.

Lo stile riflessivo di una bioetica secolarizzata, che riconosce l’importanza dell’autonomia e riflette su di essa, può rappresentare un contributo alla difesa delle condizioni che rendono possibile l’autodeterminazione degli esseri umani.

Avendo in mente questa idea di bioetica, è difficile pensare che essa possa essere destinata alla sparizione. La vita degli esseri umani contemporanei, infatti, è caratterizzata non solo da nuove possibilità di scelta offerte dallo sviluppo scientifico e tecnologico, ma, purtroppo, anche da serie minacce all’autonomia e alla libertà. Queste vengono tanto dal campo politico con le nuove forme di autoritarismo che infettano anche le democrazie quanto dalla più generale condizione di salute del pianeta. La crisi climatica, infatti, rappresenta un pericolo per il presente e il futuro, nella misura in cui depriva gli esseri umani di molte possibilità di scelta. Di fronte a queste (e altre) minacce lo stile riflessivo di una bioetica secolarizzata, che riconosce l’importanza dell’autonomia e riflette su di essa, può rappresentare un contributo alla difesa delle condizioni che rendono possibile l’autodeterminazione degli esseri umani.

Simone Pollo
Dipartimento di filosofia
Sapienza università di Roma


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