Ancora su coscienza, obiezione e 194
La risposta di Giorgio Macellari a Rossana Beccarelli e Clementina Peris
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La risposta di Giorgio Macellari a Rossana Beccarelli e Clementina Peris
Raccolgo con affetto le preoccupazioni delle due colleghe, Rossana Beccarelli e Clementina Peris, che considero occasione preziosa di chiarimento, e provo a rispondere separatamente ad alcune questioni specifiche, per poi tornare, nelle considerazioni conclusive, ai punti che mi sembrano costituire un terreno comune di dialogo.
In merito alle preoccupazioni della collega Beccarelli vorrei replicare succintamente ai tre punti che aprono i suoi tre posizionamenti.
1. Da donna
L’autore non è – ahimè – troppo giovane e ha vissuto sia il parto della 194 sia il referendum contro. Per questo non do affatto per scontato (non vedo come per Beccarelli “sembri” il contrario) che l’accesso a quel diritto sia imperituro: nulla lo è, al mondo. Del resto non si capisce come mai l’eliminazione della clausola obiettoria potrebbe favorire la sua sostituzione con una legge più restrittiva. Dalla mia prospettiva è vero l’opposto, cioè che proprio il suo mantenimento nella forma attuale è limitante e a sfavore delle donne.
2. Da medico
Paragonare l’obiezione di coscienza e il sacrificio pagato da coloro che avversavano le armi – quando ancora c’era la leva obbligatoria – è fuorviante: chi obiettava contraccambiava l’esonero con un risarcimento personale piuttosto pesante, mentre l’obiezione per le pratiche abortive è gratuita (anzi, in non pochi casi remunerativa). Troppo facile voler trasgredire una legge impunemente. Ne siamo capaci tutti.
Tra l’altro, chi sostiene l’uso della coscienza per nobili scopi finisce per svilirla, proprio per la scorciatoia morale che imbocca per raggiungere il suo traguardo privato e che fa perdere alla sua voce interiore il profilo etico che solennemente rivendica.
Altrettanto discutibile è la tesi che vorrebbe correlare la denatalità – oggi in Italia a livelli allarmanti – a un numero oscuro di gravidanze deliberatamente non portate a termine: a parte che il ricorso all’IVG è progressivamente calato proprio grazie alla 194, i motivi della denatalità sono di ben altra natura.
Quanto alla proposta di sanzionare i comportamenti riprovevoli, trovo che sia più intelligente prevenirli, disinnescando sul nascere l’attrattiva per le tentazioni.
3. Da filosofo della scienza
La prima considerazione viene dall’accostamento alle mostruosità dell’olocausto. Da un filosofo della scienza mi sarei aspettato un’argomentazione più mirata ed elegante di un’abietta spruzzata di Zyklon B che spazza via ogni cosa e rende difficile il confronto.
Per fortuna oggi – non vorrei che si dimenticasse il dettaglio che non viviamo in un regime nazi-fascista – la fedeltà alle leggi dello stato può essere tradita da chiunque, se quelle confliggono con convinzioni personali: nulla lo impedisce. Ma chi lo fa deve aspettarsi una legittima reazione, componibile pacificamente con il risarcimento ritenuto più opportuno. Diversamente, si deve parlare di disobbedienza civile o di insurrezione.
Aggiungo: visto che viviamo in una repubblica democratica, è sempre percorribile la strada dell’usare ogni forma di legittimo dissenso costruttivo per cambiare una legge. Certo, è una strada più lunga e tortuosa dell’obiettare secondo coscienza e senza patirne conseguenza alcuna, ma anche in questo si misura il profilo etico di una scelta.
Per tutti questi motivi non sono preoccupato per la scomparsa della coscienza dall’orizzonte etico e deontologico, che anzi – dal mio punto d’osservazione – ne verrebbe rischiarato e rafforzato.
Su questo tema della coscienza tornerò più diffusamente nelle considerazioni conclusive.
La collega Peris si dice “francamente stupita” e timorosa che il mio scritto possa demolire un baluardo etico a difesa dei medici e (addirittura) dell’intera società. Il mio scritto non avrà quel potere, tuttavia vorrei precisare alcuni punti.
Il primo è che non capisco il richiamo alla tragedia palestinese: cosa c’entra con l’obiezione di coscienza? Non mi risulta che i medici che hanno prestato eroicamente il loro servizio a favore dei poveri disgraziati sottoposti a micidiali aggressioni – se è questo quanto Peris voleva dire – abbiano obiettato qualcosa. Hanno manifestato un’encomiabile non-neutralità e rischiato la vita, non c’è dubbio, probabilmente per non tradire il loro sistema di valori. Ma non è chiaro il nesso con l’obiezione.
Sul fatto che si sa che la coscienza – come il buon senso – esiste, sarei molto cauto. Se è solo per questo esistono anche il paradiso e l’infinito. Ma si tratta di esistenze ideali, di termini eulogici capaci di autosussistenza ma impossibili da dimostrare. Se si vuole rispettare l’uso di una buona epistemica, dovremmo limitarci a spiegare ciò che di volta in volta indichiamo con coscienza, buon senso, paradiso e unicorno rosa, auspicabilmente facendolo in modo che la spiegazione sia ben comprensibile a tutti. In mancanza di buone spiegazioni, meglio sarebbe far propria l’ultima proposizione del Tractatus di Wittgenstein. Altrettanta cautela userei nell’affermare che la coscienza possieda una valenza “necessaria e utile alla specie”: virus e batteri non ne hanno alcuna eppure, sul piano evolutivo, se la cavano decisamente meglio di noi.
Altro punto, la tutela di diritti altrui: se un medico, in nome della coscienza, vuole tutelare i diritti dei suoi assistiti – e fa benissimo a farlo –, è però anche tenuto a esibire gli argomenti razionali che lo hanno indotto a comportarsi in quel certo modo. Rinviare la giustificazione del suo comportamento alla coscienza è fare la magia con il coniglio estratto dal cappello. In un confronto serio l’argomento coscienza si rivela assai debole.
Ancora: che embrione umano sia vita umana è una tautologia che non merita il rinforzo di scioglilingua metafisici per essere accolta senza riserve. Ben diversa è la questione se l’embrione sia individuo o persona: nessun attuale sapere umano (non quello biologico, né quello filosofico, teologico o psicologico) è in grado di dare una risposta definitiva e incontrovertibile.
Dobbiamo quindi accontentarci di risposte arbitrarie, transitorie e relative, senza irritarci o pretendere che la nostra debba soverchiare le altre. Lo stesso atteggiamento si applica allo statuto morale dell’embrione: nessuno lo conosce, quindi possiamo solo decidere, arbitrariamente, se è più giusto e meno dannoso assegnarglielo o no. Una posizione poco edificante, ma – parafrasando Churchill a proposito della democrazia – la meno peggio di tutte le altre.
Anche in questo caso, il nodo della coscienza ritorna con forza, e rinvio per non ripetermi alle considerazioni che seguiranno.
Arrivo così al punto che accomuna entrambe le repliche e che, a mio avviso, rappresenta il cuore del dissenso: la parola “coscienza” e il suo uso in medicina.
L’invocazione alla coscienza è, nella forma in cui viene spesso utilizzata nel dibattito pubblico, semplicemente autoreferenziale. La coscienza è un argomento che basta a sé stesso, non ha bisogno di ulteriori sostegni a propria difesa. Purtroppo si tratta solo di ipsedixismo: autoritario, antidemocratico, antiscientifico.
L’altro errore che commettono i sostenitori della coscienza come faro che rischiara il mondo con la sua luce infallibile è confonderla con la morale o identificarla con essa. Ma la coscienza non è la morale. Quest’ultima implica uno sforzo di ricerca intellettuale autonoma, interiore, abissale che, alla fine, esibisce con pazienza e logica argomenti a sostegno di ogni sua proposta. Chi invoca la morale come metro per giustificare una propria scelta, contestualmente l’accompagna – la deve accompagnare – o con evidenze fattuali o con esplicazioni razionali comprensibili ai più ed esposte a un procedimento di controllo o di falsificazione.
La coscienza, invece, non contempla controlli o falsificazioni: si limita a dire – con la ben nota modestia di chi indossa un umile saio – che quelle cose lì non servono, tanto la sua veridicità è autoevidente. Quindi, è legittimo dire: “Lo faccio perché così mi suggerisce la coscienza”. Ma, subito dopo, ci corre l’obbligo di corredare la “vocina interiore” con i motivi razionali che sostengono quella suggestione. Se no, la libertà di coscienza di uno finisce per mortificare quella altrui, tra l’altro senza che il primo debba pagar pegno. Non male, come privilegio.
A tal punto che mi verrebbe la tentazione di usarla pure io, la coscienza. Ma io, che la coscienza non so cosa sia – né ho ancora conosciuto qualcuno che mi spieghi esattamente di che si tratta (salvo limitarsi a ripetere che è il cuore del pensiero, il pensiero del cuore, la profondità dell’emozione, l’anima dell’universo, la voce di Dio, l’essenza dello spirito e pseudologie fantastiche consimili) –, continuo a non voler giustificare le mie scelte professionali con la mistica delle buone intenzioni e a chiedere agli altri di usare la stessa cortesia.
Se davvero si vuole evitare che la parola coscienza rimanga un fragile guscio vuoto, allora dobbiamo riempirlo di contenuti e regole forti: diversamente rimane alla mercé di qualsiasi malintenzionato e del ciarlatano di turno (a costoro non par vero di trovarsi fra le mani un grimaldello così potente), con incalcolabili danni su chi non è abbastanza attrezzato per smascherarli e difendersene.
Pensavo che l’ammonimento del pensiero 908 di Pascal (“Mai non si fa il male così pienamente e allegramente come quando lo si fa per coscienza” [1]) – fosse sufficiente a far diffidare di quella parolina, ma debbo rilevare che – dopo oltre 300 anni – non riesce a scalfire l’impenetrabile cristallo che custodisce il nucleo ideologico degli allegri coscienziofili.
Giorgio Macellari
Presidente della Sezione Emilia-Romagna
dell’Istituto italiano di Bioetica
Bibliografia
La coscienza fra obiezione e abiezione
Rossana Becarelli risponde all’articolo di Giorgio Macellari
Obiezione di coscienza: un diritto da preservare
Clementina Peris risponde all’articolo di Giorgio Macellari
Tra legge e coscienza il medico può davvero scegliere?
L’articolo di Giorgio Macellari
Le riflessioni di un giovane studente di medicina: Noah Hoonhout
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Il punto di vista di Antonella Anichini
