Curare in tempi complessi. La pratica medica come atto democratico
L’editoriale di Guido Giustetto
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L’editoriale di Guido Giustetto
C’è una parola che attraversa le pagine di questo numero della rivista il punto: responsabilità.
È il compito del medico chiamato a confrontarsi con l’intelligenza artificiale senza rinunciare alla propria capacità di giudizio. È la consapevolezza di chi comprende che la salute delle persone non può più essere separata dalla salute del pianeta. È l’impegno a riconoscere e proteggere la fragilità, soprattutto quando riguarda i bambini e gli adolescenti. È, infine, la scelta di affermare che la cura non è soltanto un atto clinico, ma una decisione culturale e civile.
Viviamo un tempo in cui la complessità sembra moltiplicarsi. Le tecnologie evolvono con una rapidità senza precedenti, le crisi ambientali ridisegnano il nostro rapporto con la salute, i conflitti continuano a produrre sofferenza e disuguaglianze, mentre cresce la sfiducia verso le istituzioni e verso il sapere scientifico. In questo scenario, la medicina è chiamata non solo ad aggiornare strumenti e competenze, ma a custodire il significato più profondo della propria missione. Perché curare non significa soltanto intervenire sulla malattia. Vuol dire assumersi un dovere nei confronti della persona e della comunità. Vuol dire difendere il diritto di ciascuno a essere ascoltato, accolto e curato, e rendere concreto ogni giorno quel principio di uguaglianza che è alla base della nostra democrazia.
Curare non significa soltanto intervenire sulla malattia. Vuol dire assumersi un dovere nei confronti della persona e della comunità. Vuol dire difendere il diritto di ciascuno a essere ascoltato, accolto e curato.
È la visione che anima il Manifesto “Medici e Pace” promosso dalla FNOMCeO. Un documento che non si limita a richiamare il valore della pace come assenza di guerra, ma invita a riconoscere nella tutela della salute, nella difesa dei diritti e nella dignità della persona le condizioni essenziali di una convivenza autenticamente democratica. La pace, in questa ottica, non è un orizzonte lontano: è una costruzione quotidiana, fatta di gesti di cura, conoscenza, dialogo e responsabilità.
In questa prospettiva, i temi affrontati in questo numero trovano una naturale connessione tra loro.
L’approfondimento dedicato all’algovigilanza cognitiva ci ricorda che l’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità, ma anche una nuova sfida (pagina 32). Più gli strumenti diventano potenti, più cresce il valore del giudizio clinico, della capacità critica e dell’autonomia professionale. Il risultato non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi, ma dalla qualità del pensiero di chi li utilizza. La tecnologia può sostenere la cura; non può sostituire quella responsabilità etica che appartiene esclusivamente al medico.
Lo stesso sguardo emerge nella riflessione sulla Planetary Health. Oggi sappiamo che il benessere delle persone è inseparabile dalla salute degli ecosistemi, dalla qualità dell’ambiente, dalle condizioni sociali e dagli equilibri climatici. Prendersi cura significa allora assumere una visione più ampia, capace di riconoscere le connessioni tra individuo e collettività, tra presente e futuro. È una prospettiva che restituisce alla professione una responsabilità pubblica ancora più profonda.
La tutela delle persone più fragili rappresenta un’altra declinazione di questo impegno. Il caso di Bordighera richiama l’attenzione sul delicato equilibrio tra protezione dell’infanzia, ascolto, competenza e prudenza. Di fronte alla vulnerabilità non esistono automatismi né scorciatoie: esiste la necessità di esercitare il giudizio con rigore, sensibilità e consapevolezza, sapendo che ogni decisione può incidere profondamente sulla vita delle persone.
Lo stesso principio vale quando lo sguardo si allarga oltre i confini nazionali. L’appello dedicato alla drammatica crisi del sistema sanitario cubano ricorda che il diritto alla salute è universale e che il venir meno delle condizioni essenziali per garantire cure, farmaci e assistenza non può lasciare indifferente la comunità internazionale. Quando un sistema sanitario cede, non viene meno soltanto la capacità di curare: si indebolisce uno dei presìdi fondamentali della dignità umana e della convivenza civile.
Ogni volta che un medico ascolta senza discriminare, esercita il proprio giudizio con autonomia, mette la conoscenza al servizio della persona e difende il diritto alla salute, contribuisce anche a rafforzare il tessuto democratico della comunità.
In questo senso, il Manifesto della FNOMCeO acquista un significato ancora più profondo quando afferma che ogni atto medico è un atto di pace. Non è una formula simbolica. È il riconoscimento che la cura costruisce fiducia, riduce le disuguaglianze, ricuce le fratture sociali e restituisce dignità alle persone. Ogni volta che un medico ascolta senza discriminare, esercita il proprio giudizio con autonomia, mette la conoscenza al servizio della persona e difende il diritto alla salute, contribuisce anche a rafforzare il tessuto democratico della comunità. Per questo la medicina non può rinunciare alla propria autonomia, al rigore scientifico e alla responsabilità etica. Non può sottrarsi alle domande poste dall’innovazione tecnologica, dalle trasformazioni ambientali, dalle nuove fragilità sociali o dalle crisi umanitarie. E non può rinunciare a essere una voce autorevole nel dibattito pubblico quando sono in gioco i diritti fondamentali della persona.
Pensiamo alla responsabilità che abbiamo nei confronti delle nuove generazioni. Il confronto promosso da il punto al Salone internazionale del Libro di Torino 2026 ha riportato al centro una domanda che riguarda tutti: come stanno crescendo i nostri ragazzi? Le riflessioni sul rapporto tra smartphone, social media, salute mentale e costruzione dell’identità ci ricordano che il disagio adolescenziale non può essere letto come una semplice emergenza clinica. È una sfida educativa, culturale e sociale che riguarda famiglie, scuola, istituzioni e professionisti della salute.
L’aumento delle fragilità psicologiche, dei disturbi del comportamento alimentare, dell’autolesionismo e del ritiro sociale ci chiede di andare oltre il sintomo. Significa imparare ad ascoltare prima che a curare, significa riconoscere i segnali precoci del disagio e costruire comunità educanti capaci di accompagnare gli adolescenti nella crescita. Anche questa è medicina. Ed è forse una delle forme più alte di prevenzione, perché investire sul benessere dei giovani significa prendersi cura del futuro della società.
Ogni gesto di cura, quando nasce dalla competenza, dalla libertà e dal rispetto della persona, non difende soltanto la salute. Rafforza la democrazia. E contribuisce, ogni giorno, a costruire la pace.
Curare oggi va ben oltre l’atto del guarire. Significa custodire la fiducia in un tempo di incertezza, difendere la conoscenza in un tempo di semplificazioni e costruire relazioni di qualità in un tempo di polarizzazioni. Significa inoltre ricordare che la salute è un bene comune e che la dignità della persona rappresenta il fondamento di ogni convivenza democratica e di ogni possibile futuro.
È forse questa la responsabilità più alta della professione medica: continuare a essere un presidio di umanità proprio quando il mondo sembra perdere i propri punti di riferimento. Perché ogni gesto di cura, quando nasce dalla competenza, dalla libertà e dal rispetto della persona, non difende soltanto la salute. Rafforza la democrazia. E contribuisce, ogni giorno, a costruire la pace.
Guido Giustetto
Presidente OMCeO Torino
Direttore scientifico il punto
Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista il punto, numero 2, anno 2026.
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