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La cellulite non è dunque il risultato di una cattiva alimentazione, come vogliono farci credere, è il risultato di qualche dozzina di noiose riunioni del reparto marketing.

Pulsatilla. La ballata delle prugne secche

Il Codice deontologico vigente dedica un intero allegato al conflitto di interesse che definisce, all’art. 30, come “qualsiasi condizione nella quale il comportamento professionale risulti subordinato a indebiti vantaggi economici o di altra natura”. Quindi una condizione fattuale della medicina. Infatti qualsivoglia strumento utilizzato nella sanità pubblica o privata, dal cotone idrofilo ai farmaci alle apparecchiature più complesse, è prodotto e commercializzato da imprese private. Il paziente necessita di un farmaco o di un accertamento o di qualsiasi altra prestazione. Il medico la prescrive, lo Stato (o l’assicurazione o la mutua) paga; chi paga non decide, chi decide non paga, chi usa non paga né decide.  

Vi è quindi oltre al già noto “terzo pagante” (lo Stato che sostiene l’onere finanziario del servizio) un “quarto lucrante”, cioè un ulteriore stakeholder, colui che rischia capitali e produce e cede beni e servizi al fine di ottenerne un profitto. Parafrasando Adam Smith, non dobbiamo i farmaci alla benevolenza di Farmindustria ma al suo desiderio di guadagno.

Non dobbiamo i farmaci alla benevolenza di Farmindustria ma al suo desiderio di guadagno.

Allora mettiamoci nei panni di chi ha investito i propri risparmi in un’impresa: che questa produca farmaci o calzature o trattori è la stessa cosa, bisogna vendere e, a tal fine, occorre un buon marketing.  E il marketing è oggi disciplina universitaria ed esistono testi e riviste dedicate a formare “i promotori” e indirizzare la promozione delle singole aziende sul mercato.

In sintesi estrema il concetto principale è che, nella visione delle aziende chimiche, fondamentali sono i “driver”, cioè i generatori della domanda. Questi sono i medici generali, la cui importanza è assai diminuita con l’esplosione dei farmaci a alto costo e basso target, gli specialisti, valutabili per area di influenza, e i pazienti con le loro associazioni che hanno un peso politico notevole come carriers elettorali e che ricevono oggi, forse, le maggiori attenzioni e sponsorizzazioni.

Il fine è di creare una “fidelizzazione” dei diversi driver che porti a una identità o affinità di marca (brand identity or affinity). Il mezzo migliore è il passaparola “buzz”, tra gruppi omogenei che vanno curati e costruiti. Gli strumenti sono i soliti. Il guerrilla marketing che usa immagini inusuali, aggressive e a basso costo (“Tutti” esclama l’odiosissima bambina!); il marketing virale, una sorta di piccola epidemia provocata da una “scuola di pensiero”; il marketing tribale che mira a una comunità di prodotto (l’uomo Nike per fare un esempio) e quello emozionale legato alla soluzione di situazioni difficili (igiene orale o intima).

Sia la normativa internazionale sia i codici deontologici dei medici o di Farmindustria hanno saputo creare una serie di sbarramenti che contengono il marketing entro limiti accettabili.

A dire il vero, rispetto all’antica pubblicità o a quella di qualche decennio or sono, sia la normativa internazionale sia i codici deontologici dei medici o di Farmindustria hanno saputo creare una serie di sbarramenti che contengono il marketing entro limiti accettabili. Ma abbiamo descritto questo punto di vista aziendale perché in questo modo nascono le “tentazioni” cui il medico deve resistere applicando le norme del Codice deontologico che rivela molti limiti specialmente di fronte all’ingresso in campo di tutta la congerie di strumenti della medicina digitale.

In un recente articolo sul conflitto di interessi, qui pubblicato, Nerina Dirindin ha proposto alcune regole fondate sul progresso culturale ed etico della classe medica. Non possiamo che essere d’accordo e gli Ordini e le società scientifiche avrebbero dovuto fare di più per diffondere la cultura della trasparenza, certamente la migliore difesa dalle tentazioni che più o meno surrettiziamente si presentano ai medici. I quali sono esseri umani e quindi poco portati a resistere alle tentazioni: il Maligno ha molti argomenti, non solo benefit ma riconoscimenti, e i medici non sono abituati a pagarsi le cene o a comprarsi i libri.

In conclusione: nessuno può decidere diagnosi e terapia al posto del medico (se mai lo fosse semplicemente cambierebbe il soggetto tentato); non si può eliminare il marketing con le sue prassi; non si possono ridurre le pressioni dei pazienti o quelle sociali. A partire da queste banali considerazioni oggettive potremmo concludere che in un Paese cattolico potremmo essere contenti se si commettono “peccati veniali”, vulgo una cena, un piccolo strumento medico, un libro di testo.

Si potrebbe d’autorità ridurre i prezzi dei farmaci incidendo sulla quota di spesa per marketing e utilizzare questo risparmio per fare informazione ai medici.

Oppure si potrebbe d’autorità ridurre i prezzi dei farmaci incidendo sulla quota di spesa per marketing e utilizzare questo risparmio per fare informazione ai medici, cosa non semplice a farsi perché è l’industria ad avere tutti i dati e perché nessuna informazione è indipendente del tutto. Però potrebbe essere un’ipotesi da percorrere, sempre privilegiando la strada dell’elevazione culturale ed etica della categoria.

Contrastare il conflitto di interesse significa agire con equità perché ogni lievissima distorsione della spesa comporta disuguaglianza, un danno reale per i pazienti e un danno morale per la categoria. Contrastare il conflitto di interesse rivela eticità sul piano scientifico perché solo i dati certi e l’utilità per il paziente dovrebbero guidare le decisioni del medico, ma mostra anche un comportamento attento all’equità cioè alla giustizia distributiva all’interno della comunità dei pazienti. La tutela della salute è diritto dell’individuo e interesse della collettività.

Contrastare il conflitto di interesse significa agire con equità perché ogni lievissima distorsione della spesa comporta disuguaglianza, un danno reale per i pazienti e un danno morale per la categoria.

Antonio Panti
Medico di medicina generale
Commissione deontologica nazionale della FNOMCeO
Comitato regionale di bioetica della Toscana

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