Obiezione di coscienza: un diritto da preservare
Clementina Peris risponde all’articolo di Giorgio Macellari
Ops! Per usare il Centro di Lettura devi prima effettuare il log in!
Password dimenticata?Non hai un account? Registrati
Hai già un account? Log in
Clementina Peris risponde all’articolo di Giorgio Macellari
Ho letto con attenzione l’articolo “Tra legge e coscienza il medico può davvero scegliere?” di Giorgio Macellari pubblicato recentemente su il punto. Ne sono rimasta francamente stupita, in quanto sembra voler demolire un baluardo etico non solo per i medici ma, a maggior ragione, per la comunità sociale tutta.
Ad esempio, una applicazione della coscienza in campo medico ha portato alla presa di posizione espressa dalla rete #digiunogaza con la partecipazione dell’OMCeO Torino contro le azioni di guerra a Gaza. Cito quanto espresso da Moreno Festuccia in un’intervista su il punto. “Personalmente non credo che la neutralità debba essere intesa come assenza di giudizio di fronte a un crimine. C’è una differenza netta tra militanza partitica e presa di posizione professionale e morale. Quando c’è un abominio che mette a rischio la vita di migliaia di civili e di colleghi sanitari, la neutralità passiva è in realtà un’inerzia eticamente discutibile. Non schierarsi in questo caso equivale a mettersi dalla parte dei carnefici. Noi non abbiamo abbandonato i nostri pazienti: molte forme di protesta sono organizzate in modo da non lasciare scoperti i servizi sanitari e di cura. (…) Prendere posizione non è rinunciare al dovere professionale: è esercitarlo appieno, ricordando che la tutela della vita non si ferma ai confini dell’ospedale o della nostra Nazione. (…) La tutela della vita è esercizio pieno del proprio dovere professionale”.
Per sfuggente che sia il concetto di coscienza in neuroscienze, essa esiste. Lo dice anche il buon senso, altra competenza evolutiva non ancora chiaramente definibile con le neuroscienze, che ci racconta che la coscienza non solo esiste ma, nelle sue molteplici declinazioni e gradazioni, possiede una chiara valenza necessaria e utile alla specie.
Macellari osserva che, quand’anche l’obiezione di coscienza potesse essere adeguata in contesti di guerra, non dovrebbe esserlo in ambito sanitario per il confronto di tre interessi differenti: quello della legge, quello del cittadino e quello del medico, anch’egli cittadino con la propria autonomia e i propri diritti. Si chiede fino a che punto può spingersi la libertà di coscienza senza trasformarsi in oppressione.
Ricordo che sono esistiti tempi e luoghi in cui le leggi, pur essendo leggi dello Stato, non hanno tutelato l’autonomia e i diritti né dei cittadini né dei medici, ed è stato un bene che, ubbidendo alla propria coscienza, molti medici abbiano tutelato i diritti altrui. Va inoltre sottolineato che non si tratta di tre interessi differenti ma solo di due, dato che il fine della legge è la tutela dei diritti dei cittadini, medici e non medici.
Giorgio Macellari ritiene che siano necessarie cinque condizioni per poter concedere l’obiezione di coscienza.
1) Preservare la fedeltà alle leggi dello stato: in linea di principio è condizione assolutamente commendevole, ho ricordato sopra però perché la fedeltà ai valori identificati come fondativi di uno stato non dovrebbe obbligatoriamente contemplare per ogni cittadino un mancato rispetto dei propri valori morali.
2) Preservare l’uguaglianza dei cittadini: l’applicazione della clausola obiettoria non deve compromettere tale principio, condizione assolutamente condivisibile da tutti, evitando di generare discriminazioni o privilegi tra tutti i cittadini, medici e non.
3) Non compromettere i diritti altrui: condizione assolutamente condivisibile.
4) Considerare il ruolo particolare dell’obiettore: qui si considera il ruolo della professione, sottintendendo con ciò in questo contesto che un medico, in quanto professionista della salute, potrebbe non avere diritto a obiezione di coscienza.
5) L’inserimento di una clausola compensatoria: condizione assolutamente condivisibile acciocché non si configuri una perdita per la collettività, a condizione che il risarcimento sia proporzionato e non punitivo.
Questi sono i limiti che vengono posti per concedere l’obiezione di coscienza, e Macellari si pone il problema di stabilire se, all’interno di tale perimetro, è legittimo concedere ai medici il diritto all’obiezione di coscienza. Tale legittimo diritto è ora assicurato, ma il collega si chiede se all’interno del Codice deontologico medico ci siano gli estremi per negarlo in futuro, evidenziando una “tensione tra il dovere professionale di cura e obblighi e doveri inerenti alla relazione di cura nei confronti della donna”, dato che è oggi ancora tutelato dall’articolo 43 nell’ambito e nei limiti di legge. Il collega introduce qui il discorso sulla legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Inoltre il collega fa riferimento all’art. 13 del nostro Codice che richiama il medico all’obbligo di attenersi alle evidenze scientifiche più recenti. Questo discorso mi pare molto pregnante e assolutamente condivisibile: un medico deve agire in base a criteri oggettivi – ovvero secondo le prove – piuttosto che secondo convinzioni personali. Si aprirebbe qui un discorso sulla differenza, sottile o ampia che sia, tra convinzioni e coscienza, ma sarebbe troppo in questo contesto e lo tralascio. Che il medico però debba sempre far prevalere l’interesse di salute di ogni persona, malata o meno, ai propri è basilare in deontologia medica.
Per quanto riguarda la legge 194/1978, contrariamente alle aspettative, si è registrato un progressivo aumento del ricorso all’obiezione, con rischi per la piena attuazione del diritto come da legge, peraltro con condizioni vincolanti per esercitare l’obiezione. Il collega ritiene che l’aumento di ricorso all’obiezione possa essere ambiguo e favorito da adesioni motivate da convenienze più che da reali conflitti etici, dato che non vi è rischio di responsabilità o penalizzazioni. Senza assolutamente negare tale possibilità – che non ha niente a che spartire con la possibile presenza di valori autentici (“Non tutti i medici sono santi!”, ebbe purtroppo a dover affermare il presidente della FNOMCeO Filippo Anelli in un convegno sulla deontologia circa il conflitto di interessi) – si fa presente che taluni si possono anche onestamente interrogare sulla propria partecipazione a un procedimento che interviene sulla vita di un altro. Che l’obiezione di coscienza possa provocare sofferenze psicologiche alla donna per il rifiuto implicito di legittimità morale alla sua scelta (donna che peraltro non dovrebbe venire in contatto nel suo percorso di interruzione volontaria di gravidanza con il medico obiettore, a meno che non sia una sua scelta) in tal caso si confronta con la sofferenza psicologica del medico che non se la sente di interrompere una vita.
Ed è qui che mi interrogo su cosa si intende per “altri”, dato che il collega ritiene che esista un rischio reale che l’obiezione non tuteli la libertà di coscienza, ma si trasformi in un modo di negare quella di altri. A questo punto mi riallaccio anche al giusto riferimento all’art. 13 del nostro Codice che richiama il medico all’obbligo di attenersi alle evidenze scientifiche più recenti.
Che un embrione umano sia vita umana lo conferma la biologia, considerato che è entità atta nel suo ambiente naturale ad individuare i mezzi necessari all’approvvigionamento di nutrienti per crescere e a sviluppare i mezzi per avere sensazioni e pensieri. Non è ovviamente totalmente autonomo, assodato che nessuna forma di vita è totalmente autonoma e sempre dipende dal suo ambiente naturale. Il nodo della questione (qui cito pochi studi) non è se l’embrione sia vita autodirettiva [1] e pure individuale [2], come ormai appurato ampiamente a livello scientifico, ma piuttosto quanto di questo sia riconosciuto a livello sociale e politico e naturalmente economico. Ad esempio, su il punto nella definizione di “individuo” si afferma che è un concetto molto importante in quanto riguarda l’embrione, perché “la domanda se l’embrione sia un individuo ha una precisa risposta che però non da tutti non viene accettata”, e si conclude che l’embrione non solo non è persona, ma non è neppure individuo per la possibilità di gravidanza monozigote, come se fosse una verità scientifica. Solo che oggi affermazioni di questo tipo si basano su ipotesi prive da tempo di qualsiasi base scientifica. In particolare, si fa riferimento alla nota ipotesi di George Corner del 1955 secondo cui l’embrione nelle primissime fasi di sviluppo sarebbe un’entità ancora suddivisibile in più embrioni con successive diverse placentazioni a seconda dell’epoca della divisione e quindi non individualizzata [3], ipotesi cui si fece riferimento per considerare l’embrione non meritevole delle cure e del rispetto proprio di un individuo umano. Questa ipotesi è stata assunta per anni – senza prove – come un dato di fatto, o un dogma, nonostante sia stata successivamente messa in discussione, anche dallo stesso Corner, e poi definitivamente smentita dagli studi condotti nell’ambito della fecondazione in vitro [2].
Attribuire all’embrione uno stato morale di persona, sarebbe risultato incompatibile con la definizione dell’aborto come diritto umano, con la distruzione di embrioni e con la ricerca su di essi in ambito di fecondazione in vitro. Per questa ragione, la Commissione Warnock nel 1984 nel Regno Unito ritenne accettabile negare all’embrione tale stato morale [4].
Tale negazione però è stata motivata e ancorata su una scienza datata e priva di conoscenze necessarie a fornire risposte adeguate. Da allora l’assenza di uno stato morale di persona per l’embrione è stata assunta quale una verità scientifica assoluta in tutto il mondo, nonostante le motivazioni scientifiche di base siano state successivamente smentite dall’ampliarsi della scienza stessa. Tuttavia l’aver scientificamente smentito tali conoscenze datate e inesatte non ha modificato le convinzioni sociali e politiche, su di esse ormai impiantate e profondamente radicate. Le disquisizioni sulla mancanza di status morale per l’embrione ruotano attorno a una necessità che non è solo scientifica ma è anche economica e di potere: la possibilità di decidere sempre il destino dell’embrione senza vincoli legali, di utilizzarlo, sfruttarlo e, in alcuni casi, brevettarlo.
Allora che dire dell’adesione all’articolo 13 del Codice deontologico? Che dire dell’art. 30 del Codice sul conflitto di interesse di ricercatori e professionisti? Quale significato assumerebbero questi principi deontologici se l’embrione fosse riconosciuto come vita umana in progresso, autodirettiva e sempre individuale, come confermato dalle ricerche scientifiche più recenti e per nulla divulgate?
Tengo solo a precisare per trasparenza, senza qui raccontarmi, che non ho esercitato il mio diritto all’obiezione di coscienza e ho operato per tantissimi anni nei consultori familiari.
Dunque, ritengo legittimo riconoscere ai medici il diritto a una coscienza individuale: una coscienza che può scientificamente vedere anche in un piccolo embrione un progetto di vita umana, aderendo fino in fondo alla legge e in accordo con un approccio moderato all’obiezione che è quello più comunemente condiviso dai bioeticisti che si sono occupati del tema (si veda la “Obiezione di coscienza”, a cura di Francesca Minerva). È chiaro che un medico onestamente obiettore nel tutelare sempre “l’altro da sé” – sia esso la donna o l’embrione – non farebbe distinzioni di valore basate sul potere, se uno è più grande e l’altro più piccolo, ma tenderebbe a salvare entrambi i progetti in vita. E in situazioni di conflitto, interpellerebbe la sua onesta coscienza, con quell’approccio moderato all’obiezione che offre un terreno di compromesso condivisibile.
Si potrebbe invece invocare, come criterio privilegiato, la “responsabilità professionale”. Ma anche questo concetto risulta altrettanto sfuggente di quello di “coscienza” – e non potrà mai essere definito nemmeno dalle neuroscienze. Da che cosa, e da chi, potrebbe esserlo, dunque? Una simile prospettiva finirebbe per spostare il problema dal piano individuale a quello collettivo, più “povero” di responsabilità, di empatia e di rispetto, e quindi di sensibilità e, in ultima analisi, di umanità. Tutto ciò a fronte di una scienza che evolve con straordinaria rapidità, sempre più gestita da un’intelligenza artificiale, non scevra a sua volta da potenziali e insondabili conflitti di interesse.
Spostare il baricentro da “scienza e coscienza” a “scienza e responsabilità professionale” significherebbe escludere la presenza della coscienza individuale dall’agire e impedirebbe a tutti i medici l’esercizio del discernimento di una scienza che finirebbe, prima o poi, per trasformarsi inevitabilmente in dogma, come è già accaduto con l’ipotesi di Corner.
Niente di più contrario alla deontologia medica.
Clementina Peris
Ginecologa
Già responsabile di “Ginecologia endocrinologica” dell’Ospedale Sant’Anna di Torino
Bibliografia
Ancora su coscienza, obiezione e 194
La risposta di Giorgio Macellari a Rossana Beccarelli e Clementina Peris
La coscienza fra obiezione e abiezione
Rossana Becarelli risponde all’articolo di Giorgio Macellari
Tra legge e coscienza il medico può davvero scegliere?
L’articolo di Giorgio Macellari
Rossana Becarelli risponde all’articolo di Giorgio Macellari
La risposta di Giorgio Macellari a Rossana Beccarelli e Clementina Peris
Le riflessioni di un giovane studente di medicina: Noah Hoonhout
